Ricordo dunque sono

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La necessità di ricordare è tutt’uno con la capacità di essere e di sperare. Senza memoria, ogni proiezione in avanti acquista l’amaro retrogusto di un’illusione destinata a naufragare.
 

Che posto ha nell’esperienza umana la memoria? Se consideriamo il modo di vivere diffuso ai nostri giorni, sembra di poter dire che oscilliamo paurosamente tra un ricordo che si fa rancore o nostalgia e un presentismo senza respiro e senza orizzonte. Immersi nel tempo, ne subiamo il peso, oppure pretendiamo di afferrarlo per fermarne il corso, azzerarne il divenire.

Una dilagante assenza di memoria

Eppure il tempo ci attraversa, ci plasma. Quanto accade intorno a noi non ci lascia indifferenti ed è dentro il tempo che diveniamo ciò che siamo. Un tempo fatto di relazioni, come tutto ciò che appartiene all’umano. Sono queste relazioni che, in fondo, ci spaventano. La relazione al passato da cui veniamo, e la relazione a un futuro, che non ancora vediamo, ma verso cui ci avvertiamo protesi. Gestire queste relazioni, prenderne coscienza, non è affatto semplice. Non lo è nella propria vita personale, e meno che mai nella vita comune. Molto più semplice è pensare che tutto cominci con noi, che tutto si possa creare e ricreare a proprio piacimento, che non ci sia una realtà che ci è consegnata e che ci viene incontro, che non ci sia una verità da riconoscere ma unicamente un’opinione da affermare, un punto di vista da far valere.

I fili della dilagante assenza di memoria sono molteplici e sembrano tessere, nel loro reciproco richiamarsi e intrecciarsi, una trama così fitta da non poter più scorgere il punto d’avvio o il principio di soluzione. Potremmo parlare delle attese deluse, delle promesse mancate (come fanno gli articoli del Dossier di questo numero), oppure delle paure che spingono a rifugiarsi in nicchie di significato di volta in volta costruite, a chiudersi in stereotipi utili per leggere e inscatolare una realtà che ci sfugge. Potremmo parlare dell’assenza di mediazione, del rifiuto del confronto – non importa se tra generazioni, tra cittadini o tra culture –, potremmo parlare dell’omologazione forzata di ogni diversità di prospettiva, o dell’immediatezza di ogni affermazione sottratta alla fatica dello studio e dell’acquisizione di competenza, alla verifica delle fonti, al rapporto con i dati. Frammenti di un significato cercato nell’assenza di senso. Il venir meno della memoria non ha però soltanto a che fare con le promesse mancate o deluse, ma anche, e ancor di più, con le illusioni che alimentano, potenti e pervasive, il modo di vivere e di pensare di questo strano tempo che viviamo. Le illusioni non sono speranza. Sono la disperazione che prende voce. Una costruzione fragile, che sa di esserlo, e per questo si veste di forza e talvolta, addirittura, di violenza. L’idea che si possa trovare una soluzione ai problemi, subito. Che le risposte siano a portata di mano e per tutti. L’idea che non ci sia bisogno di un tempo, di processi lunghi, di faticosi confronti. L’idea che al passato ci si debba rivolgere solo per negarlo e che il futuro sia qui, senza debiti di alcun genere, senza vincoli o limiti. Tutto subito e per tutti. Salvo poi scoprire che in quel “per tutti” c’è il potere di alcuni e che nel sapere di tutti, che non ha bisogno di competenze, c’è il controllo di pochi. Senza memoria ci si può forse sentire illimitatamente aperti a possibilità impensabili e impensate, ma non si può veramente costruire il futuro. Ogni proiezione in avanti acquista l’amaro retrogusto di un’illusione destinata a naufragare.

Nella memoria i legami

Il fatto è che la nostra vita è fatta di legami e che non possiamo ridurli a una dimensione orizzontale e narcisistica. E i legami si dispiegano nel tempo disegnando il nostro volto, dando forza alle nostre mani, imprimendo slancio e solidità ai nostri passi, allargando il nostro sguardo. Saranno forse limitanti, ma lo sono come le radici che impediscono a un albero di fluttuare nel vento e lo fanno svettare verso l’alto. Siamo dentro un tempo che non dipende unicamente da noi, dentro una realtà che ci precede e ci supera, dentro una storia che ci vede protagonisti, ma insieme a molti altri il cui volto occorre imparare a riconoscere. L’assenza di memoria ci rende forse più leggeri e, almeno apparentemente, più audaci, ma sicuramente più fragili, con il rischio di diventare inconsistenti. È quello che accade quando si pensa di non dover dire grazie a nessuno. La memoria va di pari passo con la gratitudine, con la capacità, tutta da ritrovare, di saper dire grazie. Perché chi si guarda indietro con sguardo veramente libero non ha solo da rivendicare o da accusare, ma ha prima di tutto da ringraziare. Potranno esserci errori e limiti nell’operato di chi ci ha preceduto, potranno esserci sviste o addirittura colpe, ma c’è sicuramente una fatica, la fatica del vivere, e c’è un lavoro, quello quotidiano e comune del costruire, a diverso livello, questo mondo: una fatica e un lavoro che hanno bisogno di essere riconosciuti, ascoltati, assunti. È da lì che bisogna ripartire, da questa trama di relazioni che la memoria ci aiuta a recuperare, a custodire, a capire. Non è un caso che la nostra fede sia nel «Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe», nel Dio di Gesù Cristo che «molte volte e diversi modi» ha parlato, un Dio che nel tempo si è fatto incontro, che dentro il tempo, nella trama di una storia che ci precede e ci comprende, ci chiama alla comunione con Lui, che è pienezza e sorgente di relazione. La nostra fede, come la nostra umanità, sono fatte di memoria. Una memoria feconda, principio di gratitudine e di autentica libertà, motivo profondo di un’assunzione di responsabilità che rifugge l’illusione e ha il respiro della speranza. Solo la memoria può guidare veramente i nostri passi spingendo avanti il nostro cercare, solo la memoria può rendere avvedute le scelte e ponderate le decisioni, solo la memoria può tenere accesa la fiducia oltre il fuoco di paglia, rapido e fugace, dei pronunciamenti ideologici. La memoria ci fa essere. Ci fa essere quello che siamo, ma anche quello che possiamo e a cui aspiriamo. La memoria è principio ineludibile del futuro da costruire e da attendere, dell’orizzonte di senso entro cui ci muoviamo. È luce che illumina il termine ultimo del nostro tendere ossia il fine per cui siamo e che traspare dal nostro cercare.

Un’umanità da custodire

Ricordo dunque sono. Se nel primo numero del 2018 «Dialoghi» invitava a recuperare il dovere di pensare, l’accento ora cade su quella essenziale declinazione del pensiero, e di un pensiero critico costruttivo condiviso, che è la necessità di ricordare, di far memoria.

Questo numero, a partire dal Dossier ma anche attraverso le rubriche, insiste sulla necessità della memoria per guardare al futuro con consapevole fiducia, oltre ogni dogmatismo ideologico e ogni prometeica pretesa di farsi principio di una novità senza radici. Dentro questa memoria, tutt’altro che ingenua, c’è la sofferta esperienza di un male possibile e reale, com’è per le terribili storie di abusi su cui la Chiesa ha il coraggio di parlare, c’è la fragilità di progetti politici non adeguatamente attuati e di attese mancate: l’Europa, la democrazia reale, la scuola per tutti; con la conseguente tentazione di soluzioni più semplici e immediate e soprattutto dell’“uomo forte” a cui affidarsi. Ci sono dinamiche già viste e tensioni nuove. Ma ci sono anche conquiste maturate, slanci da riconoscere, c’è soprattutto l’ascolto delle storie e dei desideri di futuro – com’è nei libri recensiti, nelle iniziative di confronto di cui si dà conto, e nel Profilo che chiude il numero –, ci sono i fili di un’umanità da custodire. Ricordo dunque sono, allora. Perché la necessità di ricordare, ne siamo convinti, è tutt’uno con la capacità di essere e di sperare.