La nostra Europa. Un destino comune da rigenerare

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Per esistere e resistere in un mondo grande e complesso, oggi più che mai abbiamo bisogno di un’Europa unita. Senza unità i popoli europei rischiano di uscire dalla storia, di diventare insignificanti: è la radice della lettera-appello di alcune tra le più importanti realtà del mondo cattolico italiano a sostegno dell’Unione europea.
 

«La nostra Europa» è stato il tema del convegno che si è tenuto il 30 novembre 2018 a Roma, promosso da Acli, Azione cattolica, Comunità di Sant’Egidio, Fondazione “Ezio Tarantelli” della Cisl, Confcooperative, Fuci e Istituto Sturzo, le realtà cattoliche che hanno aderito e firmato un appello pubblicato su «Avvenire», che riproduciamo a seguire. “Parlare di Europa” significa, così come affermato da Matteo Truffelli in apertura del convegno, far conoscere il contributo fondamentale che il consolidamento della stessa ha dato e dà al nostro sviluppo e i costi altissimi che comporterebbe, al contrario, avviare un processo di disgregazione.

Al contempo occorre promuovere dei cambiamenti al fine di far riacquistare alle istituzioni europee credibilità agli occhi dei cittadini, comprensibilmente scettici e disorientati. È necessario un nuovo slancio che impegni tutti gli italiani, affinché l’Unione europea non sia più solo un sistema di alleanze e di interessi, bensì una comunità di destini.

Emerge, secondo Marco Tarquinio, l’importanza per il vecchio continente di concepire un cammino comune e di trovare un modo per “stare insieme” a partire da ciò che unisce, nella consapevolezza di ciò che un tempo ha separato con conseguenze devastanti per la pacifica convivenza tra i popoli europei.

In questo momento in Europa sono in corso due processi: da un lato la Brexit, attraverso la quale è possibile osservare i possibili effetti della scelta di abbandonare l’Unione europea, dall’altro la propagazione di un’illusione sovranista fondata su un’idea di Europa in cui contano solo gli egoismi nazionali. L’illusione sovranista, lungi dal favorire la nascita di un’alternativa, rischia di alimentare un confronto o meglio uno scontro tra interlocutori feroci ed isolazionisti.

L’unione non può essere creata attraverso un’imposizione, in maniera coatta, ma può sorgere solo grazie alla spontanea adesione delle parti, che si riconoscono organicamente in quel corpo e lo considerano un bene comune: un’unità, quindi, condivisa e non autoreferenziale. Così il cardinale Gualtiero Bassetti, secondo il quale l’unità europea passa necessariamente per tre momenti.

L’unità religiosa e culturale. Si tratta di un passaggio che non si realizza mediante l’imposizione del cristianesimo ai popoli d’Europa, ma con la costruzione di un dialogo interreligioso. Per ritrovare l’anima dell’Europa bisogna riscoprire il messaggio del Vangelo, della bellezza della vita cristiana e della fede autentica, anche per ridare speranza alle persone sfiduciate a causa della povertà. L’Europa deve offrire una “casa comune”, non solo il luogo di processi economici e finanziari. Abbandonare l’idea di un’Europa impaurita e ripiegata su se stessa è il primo e indispensabile mutamento nel percorso verso un’Unione edificata sulla sacralità dei diritti umani e sui suoi ideali fondativi.

L’unità tra Italia ed Europa. L’intero continente (non solo l’Italia) deve trarre nuova linfa dal capitale umano offerto dalle giovani generazioni e dalle loro energie morali al fine di superare le preoccupazioni e le resistenze di una società invecchiata e rinunciataria. A nessuno gioverebbe un divorzio tra Italia ed Unione europea. Una separazione sul piano culturale e storico non ha ragion d’essere. L’unione culturale e storica del continente, infatti, preesiste rispetto a quella politica. In questo quadro, l’Italia può essere protagonista di una rinascita dell’Europa, riformando e non distruggendo il lascito dei padri fondatori.

L’unità politica del continente. Per evitare che un passato caratterizzato da distruzione e morte torni a tormentare il futuro, l’Europa deve superare gli egoismi e i rancori nazionali e basare il suo sviluppo sulla promozione della dignità umana. A tal fine è necessario gestire un fenomeno complesso e drammatico come l’immigrazione; occorre coniugare carità e responsabilità ed impedire l’esplosione di conflitti nelle periferie delle nostre città.

L’innalzamento dei muri, infatti, è il triste epilogo di chi non sa trovare una soluzione. La risposta non può essere la frantumazione del progetto europeo, ma al contrario la (ri)nascita di un’Europa sussidiaria e solidale, rispettosa delle fedi e delle identità, autenticamente politica e non solo economica. Il futuro dell’Europa per Enrico Giovannini ruota intorno ad un trilemma.

Accettare una visione distopica del futuro. Dinanzi a questa prospettiva i milionari americani della Silicon Valley stanno acquistando proprietà immobiliari in Nuova Zelanda per investire nella cosiddetta “assicurazione da apocalisse”, che include la costruzione di panic room e bunker sotterranei.

Aderire alla visione che Bauman definisce retrotopica. Di fronte ad un futuro incerto e fonte di preoccupazione, l’idea di guardare al passato e “tornare indietro” appare sempre più rassicurante agli occhi di molti. Le sfide sono percepite come minacce e dinanzi ad esse si tenta ogni strada, anche quella di costruire muri e respingere in mare i migranti pur di salvare se stessi. Forte è, dunque, la tentazione di ripercorrere la via del nazionalismo, che enormi danni ha causato nella storia europea.

Accettare la sfida utopica. Per fare ciò è importante (ri)partire dai valori fondativi e ricostruire l’Europa alla luce degli stessi. Appare necessario introdurre nell’ordinamento dell’Unione così come in quello nazionale il principio dello sviluppo sostenibile, al quale si ispirano le proposte contenute nel documento Uguaglianza sostenibile presentato a Bruxelles il 27 novembre 2018 e redatto da una trentina di esperti europei riuniti nella Commissione indipendente per l’uguaglianza sostenibile. Nella medesima direzione si muove la proposta di una direttiva quadro per l’introduzione di un reddito minimo adeguato, condizionato alla “riattivazione” del fruitore. Tuttavia non bisogna dimenticare che la povertà non è solo una questione di reddito. Creare lavoro non è sufficiente a risolvere il problema della povertà. La rinuncia dell’Unione europea ad affrontare il fenomeno migratorio e le resistenze degli Stati hanno finito, secondo Stefano Allievi, per lasciare alle mafie transnazionali la “gestione” dei flussi dei migranti. Per promuovere iniziative efficaci di gestione del fenomeno è indispensabile conoscere le ragioni delle migrazioni, correlate a numerosi ed eterogenei fattori: l’abbassamento del Pil pro capite, le dinamiche demografiche, i cambiamenti climatici, il neocolonialismo, le guerre, le violenze e i traffici di esseri umani. Un altro dato che occorre prendere in considerazione riguarda l’andamento demografico della popolazione italiana ed europea. È evidente come il continente sia interessato da un generale invecchiamento ed è indubbio che un paese in recessione demografica vada verso una recessione economica.

È necessario, pertanto, che la politica si riappropri del controllo dei flussi migratori, da un lato riaprendo i canali regolari di accesso e i corridoi umanitari, dall’altro promuovendo percorsi di integrazione oltre che di accoglienza.

Oggi l’Unione europea appare un’algida burocrazia, ma, in realtà, è nata da un progetto politico (il primo fu presentato nel 1929), come ha ricordato Filippo Andreatta, che puntava a realizzare pace e sviluppo dopo le due guerre mondiali e successivamente a promuovere l’allargamento ad est a seguito della disgregazione del blocco sovietico.

L’Europa è irrinunciabile per continuare a costruire la pace. Negli ultimi decenni, infatti, il continente non è stato esente da conflitti (si pensi alla guerra della ex Jugoslavia) e tuttora, in Ucraina, si assiste ad una guerra latente. Per rafforzare l’Unione occorre, dunque, consolidare la democrazia in Europa. La confederazione tra gli Stati, infatti, funziona se ci sono democrazie forti. Dopo il 2008 siamo, per Mauro Magatti, in una nuova stagione storica. Il progetto di promuovere attraverso l’integrazione economica l’unione politica può ormai considerarsi definitivamente fallito.

La questione politica è diventata necessariamente una questione identitaria. L’Europa deve riuscire a riprendere un confronto su quale ruolo vuole giocare nel mondo e quali valori intende coltivare. La costruzione di un’identità richiede la formazione di un “senso”, l’espressione di un significato: un senso si costruisce con l’indicazione di una direzione da percorrere e senza significato non è possibile nessun processo politico.

L’Europa è chiamata, altresì, ad affrontare il problema della “sovranità”. È evidente che, per disegnare un’Europa che sia anch’essa “sovrana” sul continente, sia necessario ripensare il concetto stesso di sovranità. La sfida europea è proprio quella di costruire un’architettura istituzionale che metta insieme diversi piani di responsabilità: europeo, nazionale, regionale e locale. L’Unione, che si poggia su un’impalcatura multilivello, deve impegnarsi ad articolare le diversità, consentendo al contempo di produrre decisioni condivise e comuni.

L’Europa ha da sempre avuto la capacità di trasformarsi sotto la spinta delle sfide che si sono presentate nel suo percorso, di esercitare “rinascenza”. A tal fine l’eredità cristiana può aiutarci ad andare nella direzione giusta, che non è quella indicata da Orbán, il quale propone un’alleanza tra politica e religione a livello nazionale.

Una riflessione, come più volte è stato ribadito nel corso del dibattito, orientata a riconoscere come la realtà sia più importante dell’idea, nel solco dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium. Tra idea e realtà «si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà. [...] L’idea [...] è in funzione del cogliere, comprendere e dirigere la realtà. L’idea staccata dalla realtà origina idealismi e nominalismi inefficaci, che al massimo classificano o definiscono, ma non coinvolgono. Ciò che coinvolge è la realtà illuminata dal ragionamento».

Le molteplici ed autorevoli voci che hanno animato il confronto hanno offerto ed offrono idee, prospettive, piste, strumenti per continuare la riflessione, per alimentare nuove progettualità, oggi ancor più urgenti in vista delle imminenti elezioni del Parlamento europeo, momento vitale della democrazia europea.

Il testo della lettera-appello pubblicata da «Avvenire» 30 novembre 2018

Caro direttore, per esistere e resistere in un mondo grande e complesso, oggi più che mai abbiamo bisogno di un’Europa unita. Senza unità i popoli europei rischiano di uscire dalla storia, di diventare insignificanti. I “padri” dell’Europa, dopo aver vissuto la tragedia della guerra, considerarono l’unione una necessità, un destino storico, per uscire dalla maledizione del conflitto che ancora una volta aveva incendiato il mondo. Dal ripudio della guerra nacque il sogno dell’unità. Nazioni diverse per storia, eredità e cultura, impararono a condividere un patrimonio comune, fatto di valori e di interessi condivisi. Tale scelta si impone oggi ancora una volta. Dopo decenni di benessere e stabilità, il futuro appare incerto. Negli inquieti animi degli europei si fa largo una pericolosa tendenza al localismo, alla frammentazione, a rinchiudersi nei confini nazionali. La reazione della maggioranza è di preoccupazione, paura, diffidenza e pessimismo. C’è paura perché ci si sente espropriati in un mondo troppo grande. C’è timore che qualcuno voglia imporci modelli di vita diversi o addirittura sostituirsi a noi. C’è disaffezione nei confronti di istituzioni europee che appaiono lontane e sorde. Ma non illudiamoci: il nostro mondo locale, non può durare a lungo senza Europa. Navigare nella storia globale disuniti è un pericoloso abbaglio. Se non ci sarà una vera unità europea, non ci saranno paesi europei nel mondo. Per dominare la globalizzazione che rischia di rendere irrilevanti i nostri valori, il nostro modello sociale e i nostri stessi paesi, occorre un soprassalto di unità. Ecco perché è necessario un nuovo slancio che impegni tutti gli italiani di buona volontà in una grande opera collettiva sostenuta dalla visione positiva di ciò che può rappresentare l’Europa nel mondo di oggi e domani. Occorre pensare a un nuovo modo di essere nella storia del mondo con nuove idee e nuova creatività. L’Unione europea deve cessare di essere soltanto un sistema di alleanze o una coalizione di interessi, per diventare una comunità di destini, a partire dai temi unificanti della crescita, del lavoro, della centralità della persona, della tutela della famiglia, della solidarietà, della lotta alla povertà e per la riduzione delle diseguaglianze sociali. Come italiani dobbiamo avere il coraggio di scrutare in noi stessi e di uscire dalle nostre paure e rassegnazioni. Siamo ormai più europei di quanto ne abbiamo consapevolezza. Siamo impastati di Europa. Le istituzioni europee contano molto nei vari paesi. Il tessuto umano e culturale in cui viviamo è già europeo.

 I giovani si muovono in modo europeo. Ogni impresa di valore sul continente si confronta con lo scenario europeo. Occorre averlo chiaro. Anche le istituzioni europee non possono vivere per sé stesse, preoccupate solo dalla loro sopravvivenza. La prospettiva non può essere solo la vittoria della propria parte contro le altre. Non ci si salva da soli, presi da interessi materiali immediati. Occorre guardare più lontano. A forza di vivere per sé, un uomo e una donna muoiono; a forza di vivere per sé si spegne anche una nazione, deperisce una comunità. L’Europa ha senso solo nel proporre al mondo un modello del vivere insieme e di vivere per gli altri. Malgrado i suoi errori e le sue debolezze, l’Europa ha tanto da dare al mondo: il suo umanesimo, la sua forza ragionevole, la sua capacità di dialogo, le sue risorse, il suo modello sociale, il suo diritto, la sua cultura. Nelle sue diversità, che nel tempo si compongono, l’Europa realizza la civiltà del vivere insieme, quella civiltà che manca al mondo ed è la risposta sia alla globalizzazione omogeneizzante sia alle pericolose reazioni identitarie, estremiste o radicalizzate. Il suo modello sociale è un’alternativa a un’economia disumana, basata solo sull’interesse immediato e predatorio. L’Europa può dare risposte all’Africa abbandonata che cerca partner sinceri; può difendere la democrazia ove essa è minacciata; far da argine al terrorismo, al fanatismo e al fondamentalismo. Oggi, a Roma, tutti insieme, vogliamo dare voce a questa pressante esigenza, un appello rivolto a tutti i nostri concittadini.

Roberto Rossini, presidente nazionale Acli
Matteo Truffelli, presidente nazionale Azione Cattolica
Marco Impagliazzo, presidente Comunità Sant’Egidio
Maurizio Gardini, presidente Confcooperative
Giuseppe Gallo, presidente della Fondazione Ezio Tarantelli della Cisl
Nicola Antonetti, presidente della Fondazione Luigi Sturzo
Gabriella Serra e Pietro Giorcelli, presidenti Fuci