L’Unione europea: nodi e prospettive

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Il superamento della “crisi” strutturale dell’Ue passa attraverso una revisione dei Trattati su cui questa si fonda. Una responsabilità che incombe sugli Stati membri e che dovrebbe essere assunta principalmente verso il rafforzamento del ruolo dell’Europarlamento e nella prospettiva di un governo europeo svincolato dagli Stati membri.
 

Tra le varie nefaste manifestazioni di quello che Friedrich von Hayek chiamava «abuso della ragione» vi è, senz’altro, la teoria cospiratoria della società. Essa è rappresentata, secondo Karl Popper, dalla «convinzione che la spiegazione di un fenomeno sociale consista nella scoperta degli uomini o dei gruppi che sono interessati al verificarsi di tale fenomeno [...] e che hanno progettato e congiurato per promuoverlo»1. Se, infatti, la società è il prodotto delle intenzioni di un presunto progettista, è evidente che carestie, guerre, crisi economiche e ogni altra sciagura debbano essere parimenti attribuite al piano di un cospiratore. Se non fosse per la circostanza che tale teoria ha raccolto frotte di fanatici seguaci, essa potrebbe più facilmente essere ascritta, almeno negli adulti, al disturbo paranoide di personalità. In termini collettivi, invece, essa si rivela un comodo esercizio, e alquanto redditizio, almeno in prospettiva elettorale, per nascondere i propri fallimenti. È lo stesso Popper il quale, ironizzando sulle persone che praticano tale commercio, afferma che «la sola spiegazione del fallimento del loro tentativo di realizzare il cielo in terra è l’intenzione malvagia del Demonio che ha tutto l’interesse di mantenere vivo l’inferno»2. Volendo spingersi più innanzi, «forse l’unica vera prova della presenza del diavolo è l’intensità con cui tutti in quel momento ambiscono saperlo all’opera»3.

Ecco, appunto, l’Unione europea: sinonimo, per non pochi, di arrogante burocrazia, di discriminazione fra Stati privilegiati (la Germania, la Francia) e Stati vessati (la Grecia, o la Polonia, o l’Italia), di lacci e lacciuoli seccanti e incomprensibili. Facile bersaglio, dalle roccaforti mediatiche nazionali, impermeabili a possibili esperimenti di contro-informazione europea, cui attribuire la gravità della crisi migratoria e l’insufficienza delle soluzioni per essa offerte («l’Italia lasciata sola dall’Europa»), o la contaminazione delle eccellenze dei nostri prodotti alimentari (l’avversione nei confronti dell’accordo di liberalizzazione con gli Stati Uniti, il famigerato Ttip), o altro genere di sciagure.

Il principio di attribuzione

Quanto di vero esiste nello “scaricabarile” che ha come unico terminale questo demoniaco prodotto del diritto internazionale? Occorre, intanto, partire da un punto fermo, da un caposaldo del diritto delle organizzazioni internazionali: il principio di attribuzione. L’Ue è un prodotto della volontà degli Stati di affidare ad un soggetto terzo il perseguimento di obiettivi che, uti singuli, essi non riescono a centrare; dunque, ogni organizzazione internazionale agisce entro i limiti dei poteri che gli Stati parte le hanno consegnato. In altre parole, le organizzazioni internazionali hanno poteri limitati di natura derivata. Non solo: nel processo decisionale che in esse si consuma gli Stati mantengono una posizione di forza, la cui intensità varia a seconda della struttura istituzionale. Nell’Unione, che pure obbedisce, per volontà dei suoi membri, ad un metodo avanzato (c.d. comunitario), garante di un alto grado di autonomia dell’organizzazione, fra le istituzioni che partecipano al comune processo decisionale vi è il Consiglio (le altre sono Parlamento e Commissione), e in esso siedono tutti gli Stati membri. Ergo, nei limiti dei poteri ad essa conferiti, le soluzioni che l’Unione può proporre passano, inevitabilmente, dal consenso di un numero consistente di Stati membri (il Consiglio, come noto, vota a maggioranza qualificata). Emblematica è la vicenda legata ai meccanismi di solidarietà nel settore dell’asilo, per i quali la Commissione era giunta a formulare ipotesi particolarmente avanzate4, ed è stata poi costretta a “partorire il topolino”, non avendo trovato il necessario consenso all’interno del Consiglio. Peraltro, la stessa soluzione di compromesso al ribasso (le due decisioni del Consiglio sui ricollocamenti da Italia e Grecia) è stata fortemente avversata da alcuni Stati membri5: essi hanno, prima, votato contro i due provvedimenti (senza però raggiungere la necessaria minoranza di blocco in Consiglio); due di essi, poi, hanno impugnato una delle decisioni in questione di fronte alla Corte di giustizia, che ha respinto i relativi ricorsi con sentenza del 6 settembre 2017; infine, tre di detti Stati si sono rifiutati di applicare le decisioni controverse e, come conseguenza, la Commissione è stata costretta ad avviare altrettante procedure di infrazione, che sono già alla fase contenziosa di fronte alla Corte di giustizia. Alla vicenda non fanno difetto ricadute di un certo grado di ironia: questi Stati – che in sostanza hanno mostrato una solidarietà verso Italia e Grecia pari a zero – sono oggetto di un sagace affratellamento ad opera dell’attuale governo italiano, specialmente del suo ministro degli Interni. Tale avvicinamento politico ha quasi del tutto affossato la riforma del sistema di Dublino, la quale era diretta proprio a sgravare dal peso costituito dalla gestione dei richiedenti asilo alcuni Stati più in difficoltà, come l’Italia, tramite un sistema permanente di ricollocamenti.

Le responsabilità del Trattato di Maastricht

La “crisi” strutturale dell’Unione va, alla luce di ciò, attribuita in buona parte agli ostacoli che gli Stati pongono al suo buon funzionamento. Una deriva notevolmente accresciutasi a partire da un momento ben preciso del processo di integrazione: il Trattato di Maastricht del 1992. Con esso gli Stati allora membri (gli Stati: ché essi sono i soli responsabili dei processi di revisione dei Trattati istitutivi) hanno minato quello che è forse il caposaldo dell’integrazione europea: il metodo funzionalista. Un metodo, “codificato” nella dichiarazione Schuman del 9 maggio 1950, secondo cui l’integrazione deve procedere a piccoli passi, mantenendo l’identità comunitaria, e senza lasciare indietro alcuno degli Stati membri. Detto Trattato abdica a tale caposaldo in due modi: pagando dazio, per l’introduzione di nuove materie, da un lato al metodo intergovernativo (v. Pesc e Gai) e dall’altro all’integrazione differenziata (che, nel tempo, si svilupperà in settori cruciali come la politica monetaria, l’asilo e l’immigrazione, persino, per certi versi, la protezione dei diritti fondamentali).

Le crepe aperte dal Trattato di Maastricht non faranno che allargarsi: l’ammissione sbrigativa di nuovi Stati (anche qui: voluta, o quantomeno avallata da tutti gli allora membri dell’Ue) complicherà notevolmente il processo decisionale in una architettura istituzionale ormai del tutto inadeguata ai nuovi contesti in cui era (ed è) chiamata ad operare. La strada maestra, in una situazione del genere, è quella di una revisione radicale dei Trattati, che consenta all’Unione di sprigionare tutte le grandi potenzialità che essa ha prodotto nei suoi anni di successo – anni, inutile dirlo, in cui essa operava nel solco del metodo funzionalista e vantava una membership più omogenea sotto il profilo della tradizione giuridica. Ma è di nuovo sugli Stati membri che incombe questa responsabilità, che dovrebbe essere assunta principalmente verso il rafforzamento del ruolo del Parlamento europeo. Esso, che è il risultato delle preferenze degli elettori europei, dovrebbe essere in grado di esprimere un governo europeo del tutto svincolato dagli Stati membri, e proiettato, invece, verso il perseguimento dei soli interessi europei: cioè, verso il rafforzamento dell’unione “più stretta” di quei popoli che al processo di integrazione devono, fra le molte cose, la pacificazione di un continente dilaniato da guerre sanguinose.

Un futuro dal passato fantascientifico, di questi tempi. O forse no: la lezione della Brexit potrebbe dare i suoi effetti già a stretto giro. Essa ha messo di fronte alle proprie responsabilità chi ha troppo indugiato nell’usare l’integrazione europea per nascondere le proprie incapacità. Ora che il cospiratore (l’Unione!) è stato tolto di mezzo, i fallimenti di una classe politica tutta nazionale sono stati impietosamente smascherati. C’è da sperare che gli elettori europei tengano bene a mente questo nelle urne del prossimo maggio: «È duro calle lo scendere e ’l salir per l’altrui scale».

 

Note

1 K. Popper, La società aperta e i suoi nemici, II, Armando, Roma 1974, p. 126.

2 Ivi, p. 127.

3 U. Eco, Il nome della rosa, Bompiani, Milano 1980 (primo giorno, terza).

4Towards the Reform of the Common European Asylum System and Enhancing Legal Avenues to Europe, ove si proponeva il trasferimento, nel lungo termine, della responsabilità dell’esame delle domande di protezione internazionale dagli Stati membri all’Unione.

5 Il c.d. gruppo di Viségrad, costituito da Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria.

Al futuro dell’Europa dedica un ottimo dossier Segno nel mondo (n.1- 2019), il trimestrale che Azione Cattolica Italiana rivolge ai soci maggiorenni. Il politologo francese Bernard Guetta ripercorre alcuni passaggi della storia dell’integrazione comunitaria, segnalando i nodi da sciogliere in una fase in cui l’Ue appare “affaticata” eppure sempre più necessaria. Ma da dove ripartire? Per Angiolo Boncompagni, il rilancio richiede «nuove forme di umanesimo capaci di superare nei fatti l’individualismo degli ultimi decenni». E mentre crescono gli euroconsapevoli (Marco Iasevoli ne illustra le ragioni), gli euroscettici tentano la marcia su Bruxelles (Simone Esposito spiega il perché). In vista delle elezioni dell’Europarlamento, previste in Italia per il 26 maggio, ci sono giovani che si stanno appassionando all’evento anche grazie alla campagna #stavoltavoto (lo racconta Sarah Numico). E sono ancora i giovani (Luisa Bellomo e Laura Cecchin) a spiegarci come e perché l’esperienza in un altro paese del continente sia un’occasione di crescita e di dialogo tra persone ormai non più tanto lontane. Infine, nel dossier di Segno storia e istituzioni dell’Ue e qualche strumento per saperne di più.