Il volontariato è un’opzione politica

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L’importanza dell’azione del volontariato e del Terzo settore di recente è messa in discussione da una semina di dubbi, insinuazioni e tentativi di controllo per minarne l’autonomia. Una risposta è che volontari, ong e soggetti del Terzo settore facciano tra loro squadra ancor più coesa e più attiva nel ricucire le maglie della fiducia sociale che oggi appaiono indebolite.
 

Forse non abbiamo consapevolezza che quando di notte ci troviamo a dover andare con le ambulanze al pronto soccorso delle nostre più grandi città italiane questa attività, indispensabile ed irrinunciabile, è molto spesso un servizio del volontariato grazie al quale ne possiamo usufruire e lo possiamo fare.

Nella mia città, Torino, la Croce Verde che aderisce all’Anpas nazionale opera e assicura questa e altre attività correlate perché può contare su milletrecento volontari per i servizi notturni. Avvocati, geometri, operai o studenti universitari, giovani o anziani, uomini e donne, che ogni nove notti sacrificano il riposo per garantire un servizio alla comunità. Serve il volontariato? Il volontariato è una scelta personale che affronta e risolve problemi nell’interesse e per il bene comune. Il volontariato è capace di intuire soluzioni nuove capaci di risolvere e dare risposte a problemi locali, nazionali ed anche internazionali. Il volontariato internazionale è nato in Italia prima della enciclica Populorum progressio e ben prima della prima legge sulla cooperazione internazionale del 1972. Furono i padri fondatori di alcune nostre associazioni che si incontravano spesso con il cardinal Montini, ancora vescovo di Milano, riflettendo e approfondendo con lui sul come affrontare il problema della fame nel mondo. Lo stesso Montini fu il fondatore di due associazioni a Milano e Bergamo. Alcuni anni dopo nel suo ruolo di papa, Paolo VI propose quella meravigliosa enciclica che lo scorso anno abbiamo ricordato nel cinquantesimo della sua promulgazione. Lo sviluppo è il nuovo nome della pace!

Dunque un volontariato che anticipa i tempi, che sperimenta e che si augura possa diventare profezia per tanti.

Il volontariato è capace di scelte nonviolente anche se decise e determinate. Io stesso sono stato obiettore di coscienza grazie a quanti prima di me avevano dovuto subire il carcere; quando presi questa decisione, fui tra i primi a non subire la detenzione. Sono passati quasi cinquant’anni dalla legge del 1972 che prevedeva per la prima volta la possibilità per gli obiettori di coscienza di prestare il loro servizio civile all’estero; soprattutto si riconosceva la pari dignità tra servizio militare e civile, affermando che anche quest’ultimo rispondeva al «sacro dovere di difendere la Patria» sancito dall’articolo 52 della Costituzione. Una legge frutto di anni intensi di lotte che hanno fatto “storia”, una storia che è innanzitutto quella della conquista di nuovi diritti e di nuove forme di libertà in Italia e dove il movimento dei volontari ha giocato una grande parte. Chi è stato ed è protagonista di questo pezzo importante della storia del nostro paese, aveva ed ha una chiara idea di paese e di comunità: un paese di pace, comunità riconciliate, territori difesi e salvaguardati, diritti promossi, cittadini partecipi e responsabili. Essere a fianco degli emarginati, costruire con loro relazioni significative, condividendo un pezzo della propria vita; realizzare una topografia del bisogno, costruire ponti tra realtà distanti, promuovere il diritto alla salute, all’educazione, alla famiglia e, più in generale, alla vita. Uno stile, quello del volontariato, fatto di rispetto delle culture, sobrietà, capacità di ascolto, osservazione, discernimento, capacità di rendersi prossimi all’altro. Il volontariato si sceglie nella più totale libertà ed è capace di leggere i tempi e i fatti, di intuire come mettersi in gioco senza un proprio tornaconto personale, mettendosi insieme con altre persone per raggiungere obiettivi volti al bene comune. È l’odierna cittadinanza attiva che ancora permea gran parte della nostra società.

Oggi lo scenario è articolato e complesso

Lo scenario al quale assistiamo oggi rispetto al volontariato, alle ong, al Terzo settore è disseminato di dubbi, di insinuazioni, di necessità di controllo. In questo modo si mina quanto di più prezioso abbiamo mai avuto: la fiducia. La fiducia tra persone, una fiducia che ha permesso in questi cinquant’anni e più di mettersi insieme e trovare il coraggio di intraprendere nuove strade. Non solo, è stata quella fiducia che ha fatto sì che le persone in questi anni abbiano assicurato il proprio sostegno e la propria solidarietà.

Il modo sottile di destabilizzare, tutto ciò è incredibile!

Un esempio: se si bloccano le ong perché lavorerebbero d’intesa con gli scafisti nel trasportare gli stranieri che passano dalla Libia, ridurremo il numero di morti. Caspita! Un’analisi che non fa una grinza. La verità è di tutt’altra natura. Nell’inferno libico ci sono centinaia di migliaia di persone che sono scappate e continuano a fuggire da situazioni di infra-umanità. Persone che sono alla ricerca disperata di un futuro, senza più la speranza di una vita da vivere nei luoghi da dove provengono. A volte, addirittura, scappano con il sostegno economico dell’intero villaggio. Queste persone sono schiavizzate, torturate, uccise senza che il sistema delle Nazioni Unite e dei nostri paesi possa neppure incontrarli. Per sfuggire, queste persone sono disposte a tutto, non solo a pagare chi li tradirà, ma anche a rischiare la propria vita nelle acque del Mediterraneo.

Se non venissero in Italia, non sarebbe affar nostro! Tuttavia, siccome vengono in Italia e potrebbe essere conveniente vendere paura ed incertezza per accumulare voti, vendiamo impunemente delle fake news, delle notizie false.

Ciò che è più grave è che chi semina raccoglie, anche in negativo. Vengono instillati nelle menti degli italiani quei dubbi, quelle incertezze, quelle paure che minano la fiducia tra le persone, la capacità di contare su noi stessi, sulle relazioni di comunità. Indubbiamente chi ha delle colpe deve pagare in prima persona, anche tra le ong, le associazioni di Terzo settore, del volontariato. Tuttavia, suscitare il dubbio della criminalizzazione di queste realtà di volontariato è inaccettabile. Non mi risulta che dai procuratori di Catania e Trapani ci sia mai stata una azione giudiziaria precisa e circoscritta. Gli effetti raggiunti, purtroppo, sono devastanti e coinvolgono e destabilizzano un certo mondo della solidarietà, della cooperazione, del volontariato, dell’umanitario. Tutto ciò è molto lontano da quello spirito di quanto stabilisce l’articolo 118 della Costituzione secondo il quale «Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà».

La riforma del Terzo settore: da auspicata a temuta

La riforma del cosiddetto Terzo settore era stata a lungo auspicata e attesa. E sicuramente la sua applicazione potrebbe dare anche dei risultati estremamente positivi. Purtroppo i procedimenti per la sua applicazione sono ancora in alto mare e in questo momento non vi è una volontà politica di accelerare sui tempi.

Ciò ci preoccupa fortemente e ci fa tornare a considerare quanto qui affermato: è la cultura del controllo. Nei centootto articoli del nuovo Codice del Terzo settore per ben settantasette volte viene citata la parola: «controllo». Il volontariato, le associazioni di promozione sociale, le ong, le cooperative sociali sono soggetti da controllare! Neppure una volta si riportano i temini: «etica», «morale», «deontologia». Tale scelta può essere giustificata dal fatto che nel momento nel quale si redige la riforma del Terzo settore, i legislatori risentirono di quanto stava accadendo a Roma con “Mafia capitale”.

A costo di sembrare ingenuo, mi si permetta di affermare che, rispetto alla “mala gestione”, gli investimenti da fare non sono solo di controllo amministrativo, ma soprattutto di etica e morale nella gestione complessiva. Se così non fosse, il nostro paese avrebbe risolto da tempo il problema dell’evasione fiscale e delle organizzazioni di stampo malavitoso.

D’altronde era necessario affrontare la frammentazione nel cosiddetto mondo del sociale e del Terzo settore. Senza stupirci troppo, siamo il paese degli ottomila comuni, è un punto che va ricordato. Senza dimenticare che il moltiplicarsi di soggetti è da leggersi come le due facce della stessa medaglia: sono una potenzialità dell’espressione della partecipazione popolare e contemporaneamente determinano anche anarchia.

La soluzione auspicata sarebbe quella di appoggiare, favorire, far crescere un approccio di sistema: sperimentare nei fatti, fare sistema conviene. Una politica di sistema a parole, tuttavia, può supportare e far crescere oppure atrofizzare e far chiudere molte esperienze. Quante piccole associazioni di volontariato pensano di chiudere a causa della burocrazia prevista nel Codice del Terzo settore piuttosto che progressivamente aggregarsi e fondersi con altre? Per fare questo però ci vogliono tempi ed energie. La soluzione delle reti da cinquecento soggetti è poi un’altra innovazione degna di attenzione: perché o rafforza i cosiddetti corpi intermedi o rischia di annullarli progressivamente. Probabilmente potrebbe giovare ai finanziatori, ma noi siamo di un’altra opinione. È sicuramente tempo di nuovo slancio. Come i nostri padri hanno avuto coraggio e creatività, dobbiamo affrontare due problemi enormi con rinnovato coraggio e creatività: il lavoro e la fiducia tra le comunità.

Una globalizzazione che aumenta le disuguaglianze

La globalizzazione ha facilitato la diffusione di un processo legato alla finanziarizzazione di tutti i rapporti, accelerando l’allargarsi della forbice sociale: con ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri. Le tecnologie del futuro rischiano nell’immediato di peggiorare questo processo. Lo definiamo erroneamente aumento delle disuguaglianze, mentre lo si dovrebbe specificare come lavoro dignitoso che viene meno. Lavoro che è un diritto sacrosanto perché alle nostre mani operose Dio ha affidato il futuro del Creato. Lavoro come speranza di futuro, che obbliga oggi migliaia di persone da un continente come l’Africa ad abbandonare le proprie famiglie, le proprie abitudini, le proprie terre per avventurasi verso l’incerto. Lo stesso sistema, ma per altri motivi, obbliga alcuni milioni di persone italiane a recarsi a lavorare all’estero. Rispetto invece a noi soggetti sociali, in chiave sussidiaria dovremo aggregarci per ricucire le maglie della fiducia sociale che oggi si sono indebolite. Sui nostri territori, non per sostituirci allo Stato, ma per inventare un welfare capace di dare delle risposte di qualità non necessariamente legate alla monetizzazione. Tra le comunità del Nord e dei paesi impoveriti del mondo per far fronte comune alle incoerenze del sistema della globalizzazione, dei nostri paesi che si dotano di ottime leggi e che però le applicano in modo non adeguato.

Le nuove sfide ci interpellano

Un’indicazione e stimolo potente ad impegnarsi nuovamente come i padri fondatori delle nostre associazioni è nel testo del documento Fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune firmato lo scorso 4 febbraio da papa Francesco e dal grande imam di Al-Azhar Ahamad al-Tayyib ad Abu Dhabi, negli Emirati Arabi Uniti. Una pietra miliare del dialogo interreligioso che ci dovrà far impegnare per i prossimi decenni sul comune intento di «lavorare insieme verso la cultura del reciproco rispetto, nella comprensione della grande grazia divina che rende tutti gli esseri umani fratelli». Siamo noi uomini di buona volontà, noi delle ong, del Terzo settore, del volontariato del mondo cattolico, che dobbiamo comprendere che di fronte alla terza «guerra mondiale a pezzi», all’incertezza, alla disillusione e alla paura del futuro provocati e controllati dagli interessi economici miopi, davanti all’ingiustizia e alla distribuzione iniqua delle risorse naturali che portano alla povertà ed a morire milioni di bambini di fame, abbiamo il compito di risvegliare il senso religioso comune.

È nel richiamo a sentirsi tutti cittadini ove le minoranze non devono esistere, ma anzi tutti hanno uguali diritti e doveri, che si cancella il passato, che si può trovare la via per la riconciliazione e la fratellanza tra tutti, credenti e non credenti, tra tutte le persone che credono nel bene comune e in un mondo più equo, più giusto e più sostenibile.

Un compito arduo, ma una sfida da non perdere. Sta, quindi, ai volontari, alle ong, alle associazioni del Terzo settore, che intercettano, spesso, i veri bisogni, i veri conflitti sociali, economici, culturali, ambientali che attraversano le nostre comunità, i nostri territori, rispondere in modo del tutto nuovo a questo tempo: farsi squadra coesa per valorizzare e praticare quella sussidiarietà per il nostro continente, il nostro paese, per il bene comune, per la promozione della cultura del pace, della salvaguardia dell’ambiente, dello sviluppo sostenibile.

È un impegno irrinunciabile al quale siamo chiamati tutti noi.