Mai più. Tolleranza zero per chi viola gli innocenti

di 
Lo scorso febbraio in Vaticano l’Incontro su “La protezione dei minori nella Chiesa” fortemente voluto da Papa Francesco. Le testimonianze delle vittime hanno toccato nel profondo i responsabili delle Conferenze episcopali. Tutti d’accordo sulla necessità di superare per sempre la “cultura del silenzio” che ha favorito gli abusi.
 

Il Kyrie eleison è risuonato nei sacri palazzi durante l’Incontro sulla protezione dei minori nella Chiesa, che dal 21 al 24 febbraio ha visto riuniti in Vaticano con papa Francesco centonovanta rappresentanti degli episcopati di tutto il mondo, oltre ad esperti e ad alcune vittime. «Confessiamo che vescovi, presbiteri, diaconi e religiosi hanno commesso violenze nei confronti di bambini e di giovani e che non siamo riusciti a proteggere chi aveva più bisogno della nostra cura; confessiamo che abbiamo protetto dei colpevoli e abbiamo ridotto al silenzio chi ha subito il male». Queste le parole pronunciate durante la liturgia penitenziale, nella Sala Regia, davanti a un grande crocefisso.

Soltanto con la profonda presa di coscienza delle ferite provocate in persone innocenti si può intraprendere la strada della «tolleranza zero». Per questo sono state decisive le testimonianze degli abusati. A inizio del summit, attraverso cinque video, sono state raccontate altrettante storie di abusi, una per ogni continente. Ma è stata la coraggiosa testimonianza nell’Aula nuova del Sinodo di una donna, nel penultimo giorno dei lavori, che ha cambiato i cuori dei partecipanti. «Volevo raccontarvi di quand’ero bambina», ha detto fra le lacrime, «ma è inutile farlo perché a 11 anni un sacerdote della mia parrocchia mi ha distrutto la vita». Questo prete l’ha violentata per cinque anni. Lei ha tentato il suicidio, poi ha provato a costruirsi una nuova esistenza. Certe ferite, però, non si possono rimarginare. «Sei qualcun altro, e rimarrai sempre tale» ha ammesso con la voce rotta dall’emozione un altro sopravvissuto agli abusi. Al papa, ai vescovi, ai cardinali che lo ascoltavano ha spiegato: «Ciò che ti porti dentro è come un fantasma, che gli altri non sono capaci di vedere e non ti conosceranno mai completamente. E ciò che fa più male è la certezza, che ti rimane per il resto della vita, che nessuno ti capirà». Poi col suo violino ha intonato una melodia straziante, simile a quella che suonavano gli internati nei lager nazisti. Scena quasi surreale, in un contesto solenne dove di solito echeggiano i canti gregoriani. Papa Francesco ha insistito perché i vescovi incontrino le vittime. Lui stesso lo ha fatto parecchie volte, così come il suo predecessore Benedetto XVI. A margine dell’udienza generale, il giorno prima dell’inizio dell’Incontro sulla protezione dei minori, Bergoglio ha baciato la mano a Michał Lisiński, ex vittima polacca della pedofilia, abusato da un prete quando era un ragazzino. Con una delegazione del suo paese, Lisiński ha consegnato un dossier sugli abusi compiuti nella Chiesa in Polonia.

«Dio ci guarda e attende da noi misure concrete ed efficaci»

Francesco sa bene che oltre ai gesti simbolici servono prese di posizione tangibili. «Il santo Popolo di Dio», ha detto nell’intervento d’apertura del summit, «ci guarda e attende da noi non semplici e scontate condanne, ma misure concrete ed efficaci da predisporre». Ai partecipanti il papa ha fatto distribuire ventuno «punti di riflessione». Indicazioni e proposte precise, come l’elaborazione di un vademecum pratico da distribuire a tutti i vescovi diocesani, in cui siano specificati i passi da compiere in tutti i momenti-chiave dell’emergenza di un caso di abuso su minori. O l’istituzione in tutte le Chiese locali di un organismo autonomo e di facile accesso per le vittime che vogliono denunciare eventuali delitti. Finora chi lo ha fatto si è ritrovato solo o, peggio, è stato emarginato. Ciò ha provocato frustrazione e rabbia. Lo si è percepito bene nelle manifestazioni delle associazioni di vittime della pedofilia svoltesi a Roma in parallelo all’Incontro vaticano. Ai sopravvissuti non è bastato che alcuni di loro siano stati chiamati a testimoniare. «Perché non abbiamo accesso al tavolo della discussione?», hanno chiesto. «Vogliamo avere un ruolo attivo nel processo di cambiamento della Chiesa», hanno precisato. «Noi che siamo passati da questa terribile esperienza, possiamo dare un contributo importante nell’elaborazione di misure che impediscano il ripetersi di abusi sessuali negli ambienti ecclesiali». Jean-Marie Furbringer, dell’associazione svizzera Sapec, ha affermato: «Le vittime hanno quattro diritti: il diritto di sapere, eliminando il segreto pontificio; il diritto alla giustizia, col processo dei colpevoli e la loro condanna; il diritto al risarcimento del danno subito; e il diritto alla sicurezza, perché non avvengano mai più abusi».

In effetti, durante i tre giorni di discussioni, si sono levate diverse voci sull’opportunità di eliminare il segreto pontificio per i casi di abusi sui minori. Uno strumento medievale, ha commentato qualcuno. A favore dell’abolizione si sono espressi il cardinale Sean Patrick O’Malley, arcivescovo di Boston e presidente della Pontificia commissione per la tutela dei minori, e Charles Scicluna, arcivescovo maltese, segretario aggiunto della Congregazione per la Dottrina della fede, a capo del collegio che esamina i ricorsi dei sacerdoti e religiosi accusati di abusi.

All’Incontro le voci più coraggiose sono state quelle delle donne. Il papa ne è rimasto toccato. Ha detto che bisogna pensare alla Chiesa con le categorie femminili ed ha commentato: «Invitare a parlare una donna sulle ferite della Chiesa è invitare la Chiesa a parlare su se stessa, sulle ferite che ha».

Linda Ghisoni, sottosegretario del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, ha invitato a lavorare «affinché la prevenzione non si esaurisca in un bel programma, ma divenga atteggiamento pastorale ordinario». La suora nigeriana Veronica Openibo ha esortato a non nascondere più gli abusi. «Troppo spesso vogliamo stare tranquilli finché la tempesta non si è placata, ma è in gioco la nostra credibilità». La giornalista messicana Valentina Alazraki, decana dei vaticanisti accreditati presso la sala stampa della Santa Sede, ha cercato di scuotere i vescovi in aula. «Pensano che la Chiesa è madre, madre anche degli abusatori», ha spiegato ai colleghi il giorno dopo. «E io ho spiegato che come mamma è per me molto difficile capire questo punto». Peraltro, gli esperti sono quasi unanimi nel ritenere che i disturbi pedofilici siano inguaribili. Aureliano Pacciolla, psicoterapeuta che ha in cura preti e religiosi pedofili, afferma: «La pedofilia è curabile ma non guaribile. Il problema del pedofilo sta nella sua mente, quindi anche per questo motivo non può guarire definitivamente». Ciò rende delicato un altro punto: chiarire le norme che regolano il trasferimento di un seminarista o di un aspirante religioso da un seminario a un altro; come pure di un sacerdote o religioso da una diocesi o congregazione ad un’altra. Ci sono ancora troppi soggetti pericolosi “vaganti” nella Chiesa.

Quanto al problema dell’informazione, la Alazraki ha detto ai presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo: «Voi sapete meglio di me che gli abusi sono stati coperti in modo sistematico, dal basso verso l’alto. Credo che dovreste prendere coscienza che quanto più coprirete, quanto meno informerete i mass media e, quindi, i fedeli e l’opinione pubblica, tanto più grande sarà lo scandalo».

Bisogna dire che mai un’assise in Vaticano ha avuto una tale copertura mediatica. Tutte le relazioni, oltre alla veglia e alla messa, sono state trasmesse in diretta televisiva e in streaming. Stessa cosa per i lunghi briefing giornalieri, in cui i protagonisti del summit sono stati sottoposti a un fuoco di fila di domande. Segno, forse, della linea di trasparenza che si è deciso di seguire da ora in avanti. C’è stata una giornata dedicata alla accountability, il dovere di rendere conto, e si è insistito sulla necessità di creare una cultura della denuncia. «La sofferenza più grande è pensare che in fondo le vittime che hanno esternato gli abusi sessuali subiti non sono che una minoranza, perché tante altre sono impaurite e non troveranno mai il coraggio di parlare», ha detto il cardinale Gualtiero Bassetti.

Una battaglia decisiva per le sorti della Chiesa

Chi è stato chiamato a parlare come rappresentante di una realtà ecclesiale specifica ha dovuto accettare, di fatto, un’assunzione pubblica di responsabilità. Pensiamo al cardinale Blase Cupich, arcivescovo di Chicago, o a Mark Coleridge, arcivescovo di Brisbane e presidente della Conferenza episcopale australiana.

«Troppe volte siamo stati ciechi di fronte a chi ha compiuto azioni indegne sui minori», ha detto Cupich nella sua relazione. E Coleridge, nell’omelia della messa conclusiva presieduta dal papa: «Ci sono stati momenti in cui abbiamo considerato le vittime e i sopravvissuti come nemici e non li abbiamo amati». Parole non da poco, se si considera che Cupich è stato vescovo ausiliare del cardinale di Washington, Theodore McCarrick, “spretato” da papa Francesco per gli abusi commessi su seminaristi; e che Coleridge è stato accusato da una donna di aver insabbiato casi di pedofilia. Un caso, quest’ultimo, emerso all’indomani della chiusura del summit. Rimbalzato dall’Australia insieme alla notizia della sentenza di colpevolezza emessa dal tribunale di Melbourne nei confronti del cardinale George Pell, stretto collaboratore di papa Francesco, che lo aveva nominato prefetto della Segreteria per l’economia. Accuse che riemergono dal passato ma che non per questo sono meno brucianti. Un porporato cacciato dal collegio cardinalizio e ridotto allo stato laicale, come nel caso di McCarrick. Un altro, Pell, rinchiuso in isolamento in una prigione di massima sicurezza. Mai, nei tempi moderni, i vertici della Chiesa avevano subito una tale onta. C’è sconcerto e vergogna, ha ammesso il cardinale Pietro Parolin. Tutto questo, però, deve essere, secondo il segretario di Stato vaticano, uno stimolo in più ad andare nella direzione indicata da papa Francesco. Bisogna far presto. Ogni scandalo è come un diserbante buttato tra le piante di un campo. Perché su quel terreno torni a crescere qualcosa ci vorrà molto tempo. Il rischio è che cresca sempre più la distanza tra la gente e la Chiesa, in una società già ampiamente laicizzata, dove il materialismo consumista schiaccia la dimensione religiosa, fino a renderla irrilevante. Ecco perché sul campo della lotta agli abusi sessuali e della protezione dei minori si gioca una battaglia che può essere decisiva per le sorti della comunità ecclesiale nel suo complesso. Annunciata una legge sulla tutela dei minori per la Città del Vaticano, la preparazione del vademecum per i vescovi suggerito dal papa e la creazione di task-force in aiuto alle Chiese locali meno attrezzate nell’arginare gli abusi. Il comitato organizzatore ha continuato a lavorare per mettere a punto un piano che trasformi in fatti quanto delineato durante l’Incontro.

Nella conclusione solenne il papa, con un lungo discorso, ha scoperto il vaso di Pandora. La pedofilia non riguarda solo la Chiesa, ma tutti gli ambiti della società. I dati parlano chiaro. Per l’Italia Francesco ha citato il rapporto di Telefono Azzurro: quasi il settanta per cento degli abusi sui minori avviene tra le mura domestiche. Ma questo non consola né giustifica la Chiesa. Per essa lo scandalo è ancora più grave, perché in contrasto con la sua autorità morale. Il consacrato che si macchia di abusi diventa uno strumento di satana. «Se nella Chiesa si rilevasse anche un solo caso di abuso, che rappresenta già di per sé una mostruosità, tale caso sarà affrontato con la massima serietà. Infatti nella rabbia, giustificata, della gente, la Chiesa vede il riflesso dell’ira di Dio, tradito e schiaffeggiato da questi disonesti consacrati». Ma ci sono stati anche il grazie e la solidarietà del pontefice alla stragrande maggioranza dei sacerdoti e consacrati fedeli alla loro missione, «che si sentono disonorati e screditati dai comportamenti vergognosi di alcuni loro confratelli». All’Angelus del 24 febbraio, rivolto a tutti, il suo ultimo richiamo è suonato come una promessa: «Vogliamo che tutte le attività e i luoghi della Chiesa siano sempre pienamente sicuri per i minori».