Periferie invisibili

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A Nairobi il 65% della popolazione vive in insediamenti degradati dove mancano tutti i servizi essenziali e la salute è un privilegio negato. L’autore racconta quarant’anni di medicina in Africa e la nascita del Neema Hospital, modello di sanità pubblica al servizio dei più vulnerabili.

 

Prima delle esplorazioni coloniali, le carte geografiche dell’Africa avevano ampi spazi bianchi, soprattutto all’interno del continente. Aree «innominate» rappresentate con disegni di mostri e indicate con titoli tipo Hic sunt leones, Terra degli Antropofagi e così via. Tutti termini che esprimevano la paura dell’ignoto e del diverso. Per il mondo eurocentrico erano luoghi e popoli senza identità, disumanizzati.

Ebbene, oggi se guardate una mappa di una megalopoli come Nairobi troverete ampie aree «bianche», disseminate nelle periferie e denominate insediamenti informali. Qui vive un popolo di invisibili, senza nome e senza terra. Persone prive di qualsiasi diritto, dal cibo alla casa, dall’acqua potabile all’istruzione, dalla salute al lavoro. Nairobi ha cinque milioni e mezzo di abitanti. Il 65% vive in queste zone, gli slums. Baracche di latta e cartone, tra vicoli senza fognature. Approvvigionamento idrico e servizi igienici carenti o inesistenti come pure l’elettricità. La densità della popolazione in alcune aree è di centomila persone per chilometro quadrato.

La caratteristica particolare degli slums di Nairobi è che le abitazioni sono in affitto. Interi quartieri sorti su terre non assegnate sono stati accaparrati da racket locali con responsabilità politiche pesanti. Il lavoro non c’è o è precario e si vive alla giornata. L’assillo delle famiglie è assicurare l’istruzione ai figli, col sogno di riuscire a dar loro una prospettiva diversa.

Gianfranco Morino (archivio personale)
Gianfranco Morino (archivio personale)

La sanità è l’altra esigenza vitale negata. Ammalarsi diventa un evento catastrofico per le famiglie, che sono spesso monogenitoriali, con madri sole, costrette a indebitarsi fino al collasso per poter garantire una cura ai loro bambini. Per questo nel 2001 con mia moglie Marcella e un gruppo di amici e colleghi abbiamo fondato World Friends, forse l’unica Ong italiana a nascere nel Sud del mondo. Piano piano abbiamo creato una rete territoriale di programmi sociosanitari e nel 2008, su un terreno datoci in concessione dalla diocesi, al limite di uno dei più grandi slum della città, abbiamo aperto il Neema Hospital, che è divenuto centro di riferimento per i pazienti delle baraccopoli. Neema è una parola swahili che significa «grazia», «benedizione», «prosperità», dunque un termine carico di connotazioni positive, spesso utilizzato per indicare un dono divino.

Nel nostro ospedale cerchiamo di mettere in pratica un modello di sanità che sia davvero al servizio del paziente, partendo dal presupposto che la salute è un diritto e non un business. Ogni mese accogliamo in media diecimila pazienti, curati da uno staff costituito al 99% da personale locale. Il Medical Board del Kenya ci riconosce come centro per la formazione, lo sviluppo e l’aggiornamento professionale. Il Neema è inoltre un punto di riferimento per gli ambulatori che si trovano all’interno delle baraccopoli. Proprio il forte legame con il territorio e con le strutture locali è uno dei nostri principali punti di forza sia dell’ospedale che dei progetti di World Friends, sostenuti in questi anni anche dai fondi dell’8x1000 della Cei.

Nel 2023 il Neema Hospital è stato premiato dal ministero della salute del Kenya quale miglior progetto innovativo e il nostro dottor Washington Njogu è stato indicato come miglior direttore sanitario del paese. Nel 2024 la stessa istituzione ci ha conferito altri due premi: miglior ente erogatore di cure primarie sul territorio e migliore organismo per il rispetto della parità di genere nelle posizioni di responsabilità.

Per arrivare a questi risultati abbiamo percorso un lungo cammino. Io sono arrivato in Kenya nel 1986, con il servizio civile. Per due anni e mezzo ho svolto la mia attività di medico chirurgo in un piccolo ospedale missionario nella regione del Meru, a est del monte Kenya. Lì conobbi Marcella e insieme a lei, dopo una breve parentesi italiana in un ospedale piemontese, nel ’91 ripartii per Sololo, un villaggio sul confine tra Kenya ed Etiopia, dove prestai servizio in un ospedale della diocesi di Marsabit. Luogo estremo, arido, abitato dalla popolazione nomade dei Borana. In quell’anno cadde il dittatore etiope Menghistu e dovemmo affrontare anche l’emergenza della guerra e di migliaia di rifugiati. Il nostro primo figlio, Francesco, venne al mondo nel ’92 e il giorno del suo battesimo, che gli fu impartito nella chiesetta del villaggio, iniziò a piovere dopo un anno di siccità estrema. Così quelli del posto gli diedero un nome borana che significa acqua o pioggia e la nascita del nostro bambino fu ricordata come una benedizione.

Per noi quel posto difficile ma unico fu un luogo dell’anima. Lo lasciammo dopo un anno. Nel ’94 iniziammo un lungo periodo di lavoro al Nazareth Hospital, nelle highlands a nord di Nairobi, a duemilacento metri sul livello del mare. È l’ospedale delle suore della Consolata, dove per otto anni fui responsabile della chirurgia e della maternità.

Beatrice e Luca, i nostri gemelli, nacquero nel ’95. Poi ci fu l’esperienza dell’ospedale governativo di Mbagathi, nella capitale, vicino alla baraccopoli di Kibera. Giacomo, il figlio più piccolo, nacque nel 2005. Lui e tutti gli altri, cresciuti in Kenya, sono adesso in Europa. Non è stato sicuramente facile per loro condividere la nostra scelta, quella di essere dalla parte dei più vulnerabili ma lontani da casa, dalle nostre radici affettive e culturali. In compenso credo che si sentano dei «cittadini del mondo», o almeno lo spero.

Nairobi è una città insicura e difficile da vivere, soprattutto per degli adolescenti. C’è una fortissima disparità sociale: ricchezze smisurate e impoverimento profondo delle periferie, che sono esistenziali prima che strutturali. Il Kenya è uno tra i paesi dove è più alta la sperequazione sociale e periodicamente si inscenano proteste di piazza, soprattutto da parte dei giovani, quelli della Generazione Z. Tuttavia manca ancora una società civile matura, con una coscienza politica che possa guidare un cambiamento decisivo contro corruzione e diseguaglianze. Ne consegue che la fuga dei giovani cervelli all’estero è costante.

Anche il ruolo delle religioni è controverso. Il rischio è il prevalere dei fondamentalismi, specie tra l’islam radicalizzato e le sette cristiane evangeliche. Eppure Nairobi e il Kenya, a dispetto del suo modello di apartheid economico, hanno una storia importante di solidarietà, dovuta in gran parte alla storica presenza dei missionari, impegnati nella testimonianza del Vangelo e in tante iniziative sociali, come scuole e ospedali. Alcuni vivono e lavorano nelle periferie estreme, che siano le baraccopoli o le remote aree rurali. Inoltre Nairobi è un centro importantissimo per la cooperazione internazionale. Molte organizzazioni che operano in Somalia o Sud Sudan fanno base logistica qui. Sono presenti tante Ong impegnate con progetti sociosanitari, agricoli, educativi, che cercano di essere un motore di cambiamento e di promozione dei diritti.

È in questo contesto che da venticinque anni operiamo con World Friends, con programmi di educazione sanitaria nelle scuole, per la riabilitazione dei bambini con disabilità, nella lotta alla malnutrizione e per la salute materno-infantile attraverso ecografie mobili e medical camp. Il nostro Neema Hospital si trova alla periferia nord-est di Nairobi e oltre a essere la struttura sanitaria di riferimento per i pazienti degli slum è, come già detto, un centro di formazione professionale per gli operatori sociosanitari. Si tratta di un ruolo che consideriamo importante in una nazione dove la sanità che funziona è solo quella privata, che è costosissima e perciò privilegio per pochi.

World Friends ha formato centinaia di professionisti, con il sogno che possano rimanere nel proprio paese, promuovere il diritto alla salute e prendersi cura dei più vulnerabili. Se questo sogno, almeno in parte, si realizzerà potrò dire che il mio passaggio in Africa non sarà stato inutile.

Gianfranco Morino con il direttore sanitario del Neema Hospital, Washington Njogu (archivio personale)
Gianfranco Morino con il direttore sanitario del Neema Hospital, Washington Njogu (archivio personale)