Forse non è una nouvelle vague ma è certamente un’onda lunga che dura ormai da quattro anni: in Francia aumentano i battesimi di adulti. Secondo i dati della Conferenza episcopale, 10.384 catecumeni adulti e più di 7.400 adolescenti dagli undici ai diciassette anni sono stati battezzati nella notte di Pasqua del 2025. Rispetto all’anno precedente, l’aumento, per la fascia degli adulti, è del 45 per cento. Un’inversione di tendenza, a prima vista spettacolare, interpretata da molti come un forte segnale di speranza, ma che lascia perplessi sociologi e sondaggisti: il dato si inserisce infatti in un quadro generale di tutt’altro segno. Perché se aumentano le conversioni di giovani e adulti, il numero complessivo dei battesimi continua a diminuire. Venticinque anni fa, all’inizio del terzo millennio, il numero dei nuovi battezzati, di ogni fascia di età, era di 400 mila. Ora è di circa la metà. Fatti i calcoli, l’incremento (battezzati adulti del 2025 meno battezzati adulti del 2024) è di circa 4 mila: il 2 per cento del totale. Un micro-segnale che induce a ridimensionare l’entusiasmo, ma che dev’essere comunque decifrato.
Che cosa sta cambiando nella composizione del cattolicesimo francese? E chi sono i nuovi battezzati adulti? I dati disponibili non ci dicono nulla delle loro motivazioni. Sappiamo però che si tratta di un fenomeno prevalentemente urbano, con un picco di battesimi a Parigi e dintorni (2.652) e a Marsiglia (1.104), e che le donne sono in netta maggioranza (63 per cento) rispetto agli uomini (37 per cento). Più della metà proviene da un ambiente cristiano, il 4 per cento dall’islam, meno del 5 da altre religioni, il 18 da famiglie non credenti o senza appartenenza religiosa. Difficile dire che cosa attragga i nuovi catecumeni. Il bisogno di certezze e di un’identità forte, come suggeriscono alcuni influencer cattolici, noti per il loro tradizionalismo? La ricerca di senso, di una risposta alle «domande maledette», come le chiamava Dostoevskij: la sofferenza dell’innocente, il male, la morte? L’adesione a una comunità come alternativa al senso di solitudine di una società atomizzata? Tutto questo, ma anche – e forse soprattutto – l’incontro con Gesù di Nazareth che imprime una svolta radicale al proprio cammino, la speranza in una vita oltre la vita, una chiamata al servizio dei più deboli.
Analizzando le testimonianze disponibili e le professioni di fede nella notte di Pasqua in varie parrocchie, le motivazioni non sono quasi mai esclusive. Se il cattolicesimo attrae è per una molteplicità di fattori, non tutti sullo stesso piano. Non ultimo, il suo carattere inclusivo, esaltato dal papato di Francesco. Tra i catecumeni non sono pochi coloro che prima si sentivano esclusi a priori e che non osavano fare il primo passo, a causa del proprio orientamento sessuale o perché divorziati risposati. Tanto che a ragione si può parlare di un «effetto Francesco» o del modello pastorale dell’ospedale da campo che pone l’accento sull’accoglienza e la cura. È il cattolicesimo del care, variegato, trasversale, nel senso che coinvolge le associazioni tradizionali e i nuovi movimenti, e vari ceti sociali, con una prevalenza, però, di studenti e insegnanti. È il cattolicesimo che fa della «varietà» il suo punto di forza, contro la tentazione ricorrente dell’uniformità: la «mirabile varietas ecclesiarum», tesoro della Chiesa, di cui parlava Francesco nella Lettera ai vescovi dell’India del 9 ottobre 2017.
È ancora presto per dire se la Chiesa di Francia riuscirà a superare il modello che l’ha caratterizzata negli ultimi quarant’anni: un modello borghese, forte nell’ovest parigino e in città simbolo – Versailles, Bordeaux e poche altre –, con una presenza sempre più debole in ciò che resta del mondo operaio e una missione sempre più difficile nelle campagne, dove è frequente trovare parroci costretti a muoversi tra una dozzina e più di piccoli centri, limitandosi, per necessità, all’amministrazione dei sacramenti. Ma lo stesso fenomeno – l’aumento dei battesimi di adulti – sembra estendersi a macchia d’olio anche in altri paesi del nord Europa, dal Belgio alla Germania, dall’Irlanda all’Inghilterra e al Galles. Anche in questi ultimi casi si tratta di percentuali minuscole che l’entusiasmo degli apparati ecclesiastici rischia di amplificare a dismisura. Un errore prospettico che può rivelarsi catastrofico, attribuendo un maggior peso ad alcune motivazioni – il bisogno di certezze, di «valori» o di forme tradizionali di religiosità – rispetto ad altre, come la ricerca di senso o il desiderio di una vita fraterna, al seguito di Gesù. Basti un esempio: nel 2024, in Inghilterra e nel Galles hanno ricevuto il battesimo 5.432 persone sopra i sette anni, con un aumento del 21 per cento rispetto all'anno precedente, ma di questi neo-battezzati, in mancanza di ricerche sociologiche di tipo «qualitativo», non conosciamo le aspirazioni o le motivazioni, non sappiamo cosa li abbia indotti al grande passo. Sappiamo invece che il fenomeno riguarda, ma non in maniera esclusiva, la cosiddetta Generazione Z e quella dei millennials, la Generazione Y, tutti nativi digitali, e che la scoperta del cristianesimo avviene al di fuori della famiglia di origine, a scuola, all’università o su internet. Da qui a sopravvalutare il ruolo dei cosiddetti influencer il passo è più rapido di un clic sul computer di casa. Resta da spiegare la sproporzione tra il numero spesso alto di follower e il numero esiguo di candidati al battesimo. E restano soprattutto da analizzare le tecniche narrative e argomentative dei cosiddetti influencer per valutarne l’efficacia.
Suggestiva, ma semplicistica, è l’immagine che emerge da una testimonianza raccolta dal settimanale cattolico inglese «The Tablet» («Finding the way home – a counter-cultural revival», 18 febbraio 2026), a proposito dei giovani delusi dalla «società secolare»: per molti, le scelte di vita più importanti sarebbero come un’immaginaria partita al flipper: «la pallina schizza via sotto pressione e finisce in una buca diversa da quella prevista». Per alcuni ragazzi la pallina finisce «in pericolosi movimenti misogini» e destrorsi, «per altri finisce nella Chiesa cattolica». Ammesso che esistano ancora i flipper, la metafora esclude che possano esserci motivazioni razionali – e non soltanto fattori casuali o spinte emotive – nella scelta del battesimo. Nell’entusiasmo di alcune letture e nel disincanto di altre si fa strada la vecchia tentazione di tirare la coperta dalla propria parte e di sopravvalutare il ruolo di pratiche pastorali che nel recente passato non hanno prodotto i frutti sperati. Dimenticando forse, anche in questo caso, la spiegazione più semplice: l’interesse per il fatto cristiano e per la figura di Gesù Cristo, capace di sconvolgere e di dare senso alla vita. E poi l’altro aspetto determinante: la fede come «contagio», al contatto di comunità fraterne, e della Chiesa come ospedale da campo, per tornare all’immagine di Francesco.
In una parrocchia di Parigi, anche nell’ultima veglia pasquale, una parola tornava con insistenza nelle professioni di fede dei catecumeni: «sorpresa». La sorpresa di chi scopriva la novità del Vangelo e di una parola ecclesiale che con la testimonianza di papa Francesco era stata liberata dal gergo che la oscurava e ridivenuta «interessante». Liberata dal peso dei «valori», dei «principi non negoziabili», di una morale adatta a un triste club di perfetti e meno a una casa fraterna in cui c’è chi cade, sbaglia, e gli altri sono pronti a soccorrerlo.
Sarà anche questa una lettura di parte. Ma forse – chi sa? – potrà ispirare il necessario cambio di rotta e la nascita di nuovi modelli pastorali meno propensi alle soluzioni di comodità, come la delega in bianco a fraternità clericali tradizionaliste di cui sono sempre più evidenti i limiti, o a comunità sommerse dagli scandali. Una scommessa che i vescovi – e molti laici – sembrano disposti a cogliere. Con quali mezzi e con quale stile, si vedrà.

