La guerra non sia uno status quo

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Di fronte al dramma della guerra tra Hamas e Israele il rischio è quello di provare ad anestetizzare il dolore, per non vedere l’orrore di ciò che sta accadendo. Invece l’unica opzione possibile è quella di fare memoria, non per definire chi è il colpevole una volta per tutte, ma per non perdere la propria umanità.

L a rivista inglese «The Tablet» ha raccontato che un gesuita che vive a Gerusalemme ha ricevuto a metà ottobre la visita di Haim, un rabbino ortodosso suo amico. Il religioso ebreo era sconvolto, avendo officiato diciotto funerali in quarantotto ore. Tra i morti c’erano un cugino che era stato decapitato e un bambino colpito da colpi di arma da fuoco nella culla. Aspettava con trepidazione notizie di parenti e amici rapiti da Hamas. «Haim ha urlato il suo dolore, la sua rabbia, la sua angoscia» ha detto il gesuita, che ha ascoltato e ha pianto con lui. Quello stesso pomeriggio a casa del sacerdote ha bussato un altro suo amico, Ahmad, un palestinese musulmano che lavora come infermiere. Anche lui era sconvolto. I suoi parenti vivono a Gaza in un campo profughi, che era stato bombardato dagli aerei israeliani, e i loro vicini erano stati uccisi, sepolti sotto le macerie della loro abitazione. Il gesuita, di nuovo, ha ascoltato e ha pianto con l’amico. Difficile essere neutrali di fronte a tanta atrocità. Chi vive in Terra Santa da credente cristiano deve abituarsi a sopportare il dolore di un cuore spezzato, sulla linea di confine tra due popoli che si dilaniano. «La guerra non risolve nessun problema, semina solo morte e distruzione, aumenta l’odio, moltiplica la vendetta, cancella il futuro», così ha detto papa Francesco a commento dei fatti di Israele e Gaza. Possono degli orrori far dimenticare altri orrori? Possono delle paure coprire altre paure? Sì, è possibile. È quel che è accaduto con la guerra tra Israele e Hamas. Il mondo, alle prese con il lungo conflitto russo-ucraino, ha messo sotto lo zerbino la polvere esplosiva del Medio Oriente. Fin quando non c’è stato il gran botto e ci si è risvegliati con le immagini delle stragi impietose, dove nessuno è risparmiato: né bambini, né vecchi, né donne incinte, né malati. Kibbutz, fattorie, strade, città, moschee, scuole, ospedali sono un unico campo di battaglia, un target dove l’umanità brulicante è ridotta a carne da macello. Il risveglio è avvenuto all’alba del 7 ottobre, quando il braccio armato del movimento palestinese Hamas ha lanciato l’operazione chiamata “Tempesta Al-Aqsa”, attaccando via terra, via mare e via aria Israele. Un’offensiva senza precedenti, programmata da tempo e nei minimi dettagli. Mentre una pioggia di razzi investiva le città israeliane, i terroristi irrompevano nei villaggi al confine con la Striscia di Gaza facendo strage di chiunque capitasse a tiro. Intere famiglie sono state massacrate nel sonno o arse vive. In alcune case sono stati trovati corpi di bimbi senza più la testa. Un affollato rave party si è trasformato in un massacro di giovani. Il bilancio finale parla di circa millequattrocento morti israeliani. Nessuno è stato risparmiato, tranne un paio di centinaia di ostaggi portati via brutalmente e la cui presenza a Gaza condiziona la controffensiva militare di Israele. Colpisce se non la condivisione della crudeltà, quanto meno l’assuefazione ad essa. Le immagini delle telecamere fisse hanno mostrato gente qualunque della Striscia – ragazzini in scooter e financo disabili – fare lo slalom tra i cadaveri per razziare televisori, mobilio, utensili dalle abitazioni degli odiati nemici. Per lo Stato di Israele è stato uno degli shock peggiori dal 1948, l’anno della sua nascita e della prima guerra arabo-israeliana. In quel caso, e nei successivi conflitti (la guerra di Suez del 1956, la guerra dei sei giorni del 1967 e la guerra del Kippur del 1973), si è trattato di battaglie militari in terreno aperto. Adesso, invece, il coinvolgimento negli scontri è totale e senza distinzioni. La nazione più blindata al mondo si è scoperta improvvisamente vulnerabile. Uno smacco anche per il Mossad, fin qui considerato un servizio di intelligence efficientissimo. Ci si chiede come sia stato possibile subire un colpo tanto duro. Di sicuro il paese aveva allentato l’attenzione verso l’eterno pericolo palestinese e abbassato la guardia. Al suo interno Israele veniva da una lunga e travagliata crisi politico-istituzionale, con il premier Netanyahu che nel dicembre scorso era giunto alla formazione del suo sesto governo grazie all’accordo coi partiti religiosi e nazionalisti. Le opposizioni hanno parlato di deriva democratica, osteggiando soprattutto il progetto di riforma giudiziaria che comprometterebbe l’indipendenza della magistratura. A livello internazionale l’attenzione era volta soprattutto ai confini orientali d’Europa e gli Accordi di Abramo, avviati nel 2020, avevano portato per la prima volta a un’intesa tra Israele e i paesi arabi del Golfo, cuore dell’islam sunnita, aprendo alla cooperazione in campo economico e della difesa. Un fatto straordinario che probabilmente ha creato l’illusione che fosse iniziata una nuova era. L’attacco di Hamas, organizzazione sostenuta dall’asse sciita che dagli Hezbollah libanesi arriva fino all’Iran passando per la Siria, forse era stato pensato anche per far saltare questi nuovi assetti. Vedremo gli esiti nei prossimi mesi. Intanto ha provocato l’effetto di ricompattare, almeno parzialmente, i partiti israeliani, fino a quel momento ferocemente divisi, e di portare alla formazione di un gabinetto di guerra guidato da Netanyahu e composto da trentasette ministri. Yair Lapid, leader del maggior partito di opposizione Yesh Atid, è rimasto fuori, avendo posto come condizione l’estromissione dal governo dei due partiti ultranazionalisti, ma si è dichiarato pronto ad appoggiare l’offensiva. Ricomposti anche i rapporti tra Netanyahu e Biden, che si è recato di persona in Israele per portare la solidarietà degli Stati Uniti. Da questo punto di vista l’azione di Hamas non ha indebolito bensì rafforzato Israele, quanto meno nei legami coi suoi storici alleati. L’obiettivo, però, è di alimentare l’odio antiebraico nel modo arabo e nella galassia musulmana. Dalla Giordania (dove è stata messa a fuoco l’ambasciata israeliana) alla Turchia, dallo Yemen al Nordafrica si sono viste tante manifestazioni culminate col rogo delle bandiere con la stella di Davide. E tanto meglio se in questo vortice di livore vengono trascinati gli “imperialisti” a stelle e strisce, ai quali non è bastata la “lezione” dell’11 settembre. Non bisogna dimenticare che Hamas è l’acronimo di H. arakat al-Muqāwama al-Islāmiyya, vale a dire Movimento Islamico di Resistenza. La matrice religiosa fondamentalista è basilare per l’identità di una sigla divenuta sempre più simile ai network del terrore come al-Qaeda e il Daesh. Lotta per l’indipendenza e guerra santa si confondono e sovrappongono, per cui è normale spingere verso missioni suicide i propri giovani, cresciuti in un’enclave senza futuro e prospettive, terreno di coltura ideale per le azioni più disperate. Nel conto è messo pure cinicamente il sacrificio collettivo della popolazione civile, destinata a essere colpita dalle rappresaglie del nemico infedele. Lo dimostra la distruzione del The Al-Ahli Arabi Baptist Hospital, uno dei più antichi nosocomi di Gaza, fondato a fine Ottocento dagli anglicani e tuttora finanziato dalla Chiesa anglicana di Gerusalemme. Un ospedale centrato da una bomba con centinaia di morti innocenti è il miglior detonatore per fare esplodere la rabbia, e poco importa se a colpirlo sia stato un missile israeliano o un razzo della Jiha–d islamica palestinese, come sostenuto da Tel Aviv. Sta di fatto che Israele martella un territorio grande quanto la provincia di Prato, dove si affollano più di due milioni di persone, quasi tutte con lo status di rifugiati. La densità della popolazione è pari a circa quattromila abitanti a metro quadro. In ogni abitazione ci può essere un terrorista, in ogni condominio un covo o una base paramilitare, in ogni magazzino un arsenale. I guerriglieri per spostarsi utilizzano perfino le ambulanze, che difatti Israele non risparmia. Tutto è (anzi, possiamo dire era) tenuto sotto controllo da Hamas con metodi molto simili a quelli mafiosi, fatti di intimidazioni e minacce. Il Movimento non accetta discussioni: o ti adegui alle sue regole o diventi un nemico. Il suo potere (e anche il suo consenso popolare) a Gaza è (era) pressocché assoluto, dopo la vittoria della cosiddetta guerra civile palestinese combattuta nel 2006-2007, che lo oppose al partito Fatah. Né è servito a molto l’inserimento di Hamas nell’elenco delle organizzazioni terroristiche da parte di Stati Uniti e Unione europea, che in questi anni hanno sostenuto la debole leadership di Abu Mazen, presidente dell’Autorità palestinese, il quale paga probabilmente l’eredità ambigua lasciata dal suo predecessore Yasser Arafat, uomo d’azione (anche terroristica) e al contempo prudente diplomatico, negoziatore carismatico e affossatore degli accordi di pace (vedi il fallimento del summit di Camp David del 2000 con l’allora premier israeliano Ehud Barak). Israele e Stati Uniti prospettano un accordo coi paesi arabi per una Palestina “ripulita” da Hamas. Sarebbe questa la condizione per un ritorno alla pace o almeno a un “cessate-il-fuoco”. Intanto, però, il rischio è un allargamento del conflitto. L’Iran ha minacciato un intervento diretto, ma è difficile che si esponga fino a tal punto. In compenso il Libano è sempre più una polveriera, come dimostrano gli scontri al confine sud tra Hezbollah – il “Partito di Dio” islamista e antisionista – e l’esercito israeliano. L’aviazione di Israele ha compiuto raid in Siria, colpendo gli aeroporti di Damasco e Aleppo, usati dalle Guardie della rivoluzione dell’Iran come scalo per l’invio di missili e armi alle milizie sciite del Libano. Il pericolo maggiore viene dai rigurgiti del terrorismo islamista, difficilmente controllabile perché alimentato spesso da “lupi solitari”. Gli episodi di Arras e Bruxelles ne sono una tragica prova. Protagonisti sono quasi sempre degli immigrati radicalizzati, che non si sono integrati in Europa e che ammazzano indiscriminatamente in nome della sharia. Abdesalem Lassoued, il terrorista tunisino che il 15 ottobre ha ucciso a Bruxelles due svedesi, era sbarcato a Lampedusa nel 2011. Non è il primo caso: nell’isola delle Pelagie erano approdati dalla Tunisia anche Anis Amri, che nel 2016 compì l’attentato ai mercatini di Natale di Berlino provocando dodici morti e cinquantasei feriti, e Brahim Aoussaoui, che nel 2020 sgozzò tre persone nella basilica di Notre-Dame a Nizza. Una soluzione, sia pure parziale, per la questione israelo-palestinese spunterebbe le unghie ai professionisti del terrore e a chi ha interesse a mantenere il mondo in stato di guerra. La pace è possibile, come attestano gli accordi firmati tra Israele ed Egitto nel 1979 e tra Israele e Giordania nel 1994. Rimane il nodo del reciproco riconoscimento di sovranità e indipendenza dello Stato di Israele e dello Stato di Palestina, quest’ultimo proclamato nel 1988 sui territori occupati nel 1967 dallo Tsahal, le forze di difesa israeliane. Le tensioni sono state costanti, dalla guerra del Libano del 1982 alla prima e seconda intifada, fino al perenne clima d’assedio della Striscia di Gaza. Gli accordi di Oslo del 1993 tra Israele e OLP (l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina) hanno portato alla creazione dell’Autorità nazionale palestinese e all’ingresso nel 2012 dello Stato di Palestina nelle Nazioni Unite. Ma un’intesa definitiva tra Israele e Palestina non è mai stata raggiunta e si è assistito nei decenni all’alternanza di negoziati e ostilità. Inutile attardarsi su chi ha le colpe maggiori. Nel groviglio israelo-palestinese è impossibile trovare il bandolo della matassa. Troppi gli odi, i rancori, le vendette consumate o da consumare. Bisognerebbe avere il coraggio di resettare tutto, ripulire l’hardware mediorientale dai virus che lo infettano, liberare lo spazio intasato da piani minacciosi per poter scrivere l’unica trama possibile: quella di due popoli, due stati. Questa è l’unica cura per un cancro che da troppo tempo minaccia il pianeta minandone la convivenza pacifica. Chi avrà il coraggio di affondare il bisturi per eliminare il bubbone dello status quo di belligeranza fin qui mantenuto tra le parti?