Democrazie che cambiano

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Libertà e uguaglianza restano il nucleo della democrazia, ma due fenomeni la scuotono: l’Intelligenza Artificiale che ridisegna la sfera pubblica, il ritorno della guerra come via di risoluzione dei conflitti. Il Dossier ne segue gli effetti su partiti, riforme e diritto internazionale; il Forum interroga la crisi dello spazio pubblico.
Il secolo scorso ha rappresentato una fase decisiva per la progressiva affermazione dei princìpi democratici e delle forme di governo capaci di tradurli in pratica. Parallelamente a tale diffusione, è maturata la consapevolezza che la democrazia non possa essere considerata semplicemente un sistema di governo o un insieme di regole per garantire una convivenza ordinata nel rispetto delle libertà individuali.
Ridurre la democrazia a mera architettura istituzionale o a semplice procedura per assicurare decisioni efficaci nell’interesse generale significherebbe coglierne soltanto una dimensione. Nell’idea democratica è infatti presente una realtà più profonda, che ne costituisce la vera forza e ne spiega la superiorità rispetto ad altri modelli politico-istituzionali. Essa risiede in un insieme di valori che la coscienza moderna ha riconosciuto attraverso un lungo percorso storico e che hanno trovato espressione nelle istituzioni rappresentative, nelle norme giuridiche e negli organismi di governo. Dietro gli aspetti procedurali, pur indispensabili, si colloca dunque un  fondamentale nucleo etico e culturale. Per questo motivo, i benefici della democrazia non si limitano all’efficienza dell’azione pubblica, ma riguardano direttamente la qualità della convivenza civile e la dignità delle relazioni umane.
Libertà e uguaglianza costituiscono i princìpi essenziali che qualificano la democrazia come sistema politico. Essa rappresenta, anzitutto, il tentativo di garantire i diritti fondamentali della persona, nel rifiuto di ogni forma di assolutismo. Al tempo stesso, favorisce la pace e promuove le libertà individuali quali espressioni del progresso umano. Si fonda su partecipazione responsabile dei cittadini alla vita pubblica, formazione della coscienza civica e impegno per una reale uguaglianza tra le persone. Il suo centro è, dunque, la persona umana, riconosciuta nella sua irriducibile dignità e unicità.
I princìpi cardine della democrazia moderna (sovranità popolare, uguaglianza, separazione dei poteri, tutela delle libertà individuali) trovano il loro significato più autentico nella promozione e nella difesa della persona. Tali princìpi si concretizzano attraverso la pratica della tolleranza, il rifiuto della violenza, il rispetto dell’altro, la fiducia nel libero confronto delle idee come strumento di progresso sociale e l’assunzione del bene comune quale criterio ispiratore dell’azione politica. In questa prospettiva, il bene comune ‒ notoriamente ‒ non coincide con la semplice somma degli interessi individuali, ma si configura come l’orizzonte entro il quale la comunità politica opera al servizio dell’intero corpo sociale, valorizzandone la ricchezza e la pluralità, secondo una visione che Giorgio La Pira ha espresso con particolare efficacia.
Oggi però la democrazia si trova ad affrontare profondi cambiamenti che ne mettono alla prova la stabilità e l’efficacia. Da un lato, fenomeni strutturali, quali la globalizzazione, la rivoluzione digitale, le disuguaglianze economiche e sociali, il sottosviluppo in vaste aree del pianeta; dall’altro, la crescita di sentimenti antipolitici, l’emergere di regimi autocratici e il ritorno di logiche conflittuali tra gli Stati, stanno generando tensioni che rischiano di erodere la fiducia nelle istituzioni democratiche.
Particolare attenzione meritano due fenomeni, che hanno attivato trasformazioni profonde nella vita personale, pubblica, istituzionale. Il primo riguarda le nuove tecnologie digitali e la crescente diffusione dell’Intelligenza Artificiale. Da più parti è stato evidenziato il rischio che gli algoritmi possano, fra l’altro, influenzare la circolazione delle informazioni e condizionare la formazione dell’opinione pubblica, alterando gli spazi del confronto democratico. Jürgen Habermas, riflettendo sulle ambiguità strutturali dell’attuale ecosistema digitale, ha perfino ipotizzato una possibile «disintegrazione della sfera pubblica politica», così come è stata conosciuta nelle moderne democrazie rappresentative. A ciò si aggiunge il timore di nuove forme di controllo sociale, legate a quello che Shoshana Zuboff ha definito «capitalismo della sorveglianza». Il ruolo globale, sempre più pervasivo e spesso opaco nella gestione dei dati, da parte delle grandi piattaforme tecnologiche, esercita infatti un influsso crescente sul piano economico, politico, amministrativo e persino geopolitico, ponendo rilevanti interrogativi circa l’effettivo esercizio della sovranità democratica.
Il secondo fenomeno concerne il ritorno della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli Stati. È sempre più messa in discussione la pace, quale valore fondante della convivenza tra i popoli. Ne risulta indebolito anche il principio secondo cui le controversie tra i vari Paesi dovrebbero essere affrontate mediante la mediazione diplomatica e il rispetto del Diritto internazionale. In tale contesto, la difesa della cultura della pace, del dialogo e della cooperazione tra le nazioni si configura come una delle sfide più decisive per il futuro delle democrazie e per la salvaguardia dell’ordine mondiale.
Ovviamente, i contributi del Dossier e del Forum ci aiutano ad approfondire quanto qui introdotto.
Nel quadro dei grandi cambiamenti in atto, Antonio Campati fissa in particolare l’attenzione su quelli nei partiti, strumenti “classici” dell’elaborazione politica e della raccolta del consenso. Da tempo investiti da più ampie dinamiche socio-culturali (si parla di partiti “leggeri”, “liquidi”, “verticalizzati” intorno al leader ecc.), faticano a sostenere ruolo e compiti loro propri, favorendo, fra l’altro, la partecipazione democratica. Le nuove forme della comunicazione social, la disaffezione socio-politica anche tra i lavoratori, le iniziative pubbliche promosse e gestite al di fuori dei canali partitici e sindacali li trovano spaesati. Questo non è un buon segno per la vita democratica.
Dal canto suo, Gian Candido De Martin orienta lo sguardo sulle riforme istituzionali nel nostro Paese, che richiedono vigile monitoraggio. È il caso della legge elettorale, materia delicata, soggetta, per altro, a una sorta di “riformismo compulsivo”, tendente a verticalizzare il potere di governo e restringere quello di scelta degli elettori. Dinamiche non proprio rassicuranti per una democrazia partecipativa. Così come non lasciano tranquilli i progetti di riforma sulla cosiddetta “autonomia differenziata”, soprattutto per i rischi in fatto di coesione nazionale.
La tutela della democrazia, con i suoi tratti distintivi di uguaglianza e libertà, torna nella riflessione di Enrico Giovannini, che registra l’avanzata, su scala internazionale, di un sentire favorevole a forme di governance “decisionistiche”. Naturalmente, l’esperienza mostra quanto sia illusoria la fiducia riposta in simile indirizzo. Laddove prospera, non risolve i problemi più gravi (per es. disuguaglianze sociali), mentre, di sicuro, toglie molto ai diritti democratico-liberali. Certo, vi è insoddisfazione diffusa per le promesse non mantenute delle democrazie. Come rimontare la china? L’autore, ragionando in un’ottica di “democrazia” capace di “anticipare” le risposte ai problemi di una società complessa, presenta l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile, con il progetto Ecosistema Futuro, lanciato nel 2025.
Infine, il contributo di Isabel Trujillo sulla crisi del Diritto internazionale, che resta in vigore, ma largamente disatteso. Non di rado è ridotto a carta straccia! Esemplare il caso delle guerre (comprese le attuali). Se si procedesse, nell’insorgere dei conflitti, secondo le norme di tale diritto, il ricorso allo scontro armato sarebbe molto depotenziato. Purtroppo, non avviene così. Questo, perché mancano «destinatari all’altezza delle norme che essi stessi hanno scritto». Allora, più che di crisi del diritto, siamo dinanzi a una crisi del suo «riconoscimento».
Veniamo al Forum, impostato intorno alla figura dello “spazio pubblico” (“s.p.”), come luogo, fisico e non, di organizzazione della convivenza civile e delle forme di partecipazione democratica. I tre autori interpellati convengono, intanto, nel porre in luce le profonde modificazioni cui esso è da tempo sottoposto. Chiara Tintori, considerati gli effetti della comunicazione digitale e social, parla di polarizzazione e frammentazione in campi identitari dello “s.p.”, con prevalenza di forme neo-tribali dal linguaggio aggressivo e visioni distorsive della realtà (fake news). Paolo Corsini ritiene che il cambiamento dello “s.p.” sia da collegarsi anche ai processi di «privatizzazione» e di «depoliticizzazione» della società. Per parte sua, Roberta Osculati insiste sui complessi effetti della «digitalizzazione» sul nostro sistema di vita, quindi anche sulla figura in oggetto. Da tutti, naturalmente, è condivisa l’esigenza di rivitalizzare lo “s.p.” e i suggerimenti offerti trovano ampia convergenza.
Altrettanti punti d’incontro degli intervistati sono sull’analisi dei cambiamenti circa la partecipazione tradizionale e sulla necessità di avvalorare le nuove modalità partecipative sperimentate soprattutto dai giovani. Per dire, insomma, che, anche su questo fronte, non tutto è perduto!