Cultura politica cercasi

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La campagna per l’elezione del nuovo Parlamento italiano (settembre 2022) è ormai alle spalle. Ma non sembra superfluo rievocarla, insieme con gli eventi ad essa successivi, perché l’una e gli altri sono rivelatori della non esaltante qualità culturale del quadro politico nazionale – e della classe dirigente che ne è interprete –, da tempo denunciata sia dagli analisti sia dal cittadino medio, a prescindere dalle diverse e legittime posizioni politiche personali.

Quanto al dibattito pre-elettorale è apparsa prevalente la ripetitività compulsiva di slogan (“Credo”, “Pronti”...) e di luoghi comuni identitari ritenuti in grado di far breccia sull’elettorato. Profili identitari subito in bella mostra anche a Governo costituito. Al netto dell’inclinazione  retorico-populistica (peraltro, non da tutti gli attori in campo assecondata allo stesso modo), è parsa evidente una debolezza circa la “visione” di società, di futuro, di speranza soprattutto per le nuove generazioni. Non sembra superfluo domandarsi se ad alimentare questo  deficit di prospettiva non abbia concorso (e non concorra) anche una carenza di elaborazione culturale, intesa come capacità progettuale in grado di mediare fra orientamenti politico-valoriali di riferimento, auspicabilmente “alti”, e complessità dei problemi sul tappeto, che  sfidano tutti – maggioranza e opposizione – a farvi fronte con la necessaria competenza, lungimiranza, coerenza.

La carenza denunciata ha inevitabili ricadute negative nel funzionamento delle istituzioni e nelle decisioni politiche da assumere. Più volte, del resto, negli ultimi anni, auspice il capo dello Stato in virtù dei poteri conferitigli dalla Costituzione, si è dovuto ricorrere a scelte  d’emergenza, affidando la guida del Governo a “tecnici” di fama esterni all’universo partitico, nel tentativo di comporre compagini di maggioranza in grado di far fronte a difficili situazioni socio-economiche, bisognose di risposte immediate. Comunque si valutino queste scelte,  tale via è per sua natura eccezionale, e non può certo rappresentare la soluzione standard di fuoriuscita dai problemi di funzionamento del “sistema” partitico-parlamentare e governativo, pena la mortificazione stessa della politica, ridotta a mera ancella della pur essenziale  tecnica gestionale/amministrativa.

La dinamica richiamata segnala ancora una volta, ove mai ce ne fosse bisogno, una patologia in buona misura riconducibile anche alla perdurante crisi dei partiti, sempre meno capaci di incentivare la partecipazione alla vita democratica e sempre più esposti a rischi involutivi  (“autoreferenzialità”, leadership debordanti, cambi generazionali lenti, ricerca del consenso per vie facili, alias populismo...).

Di fronte a un quadro partitico poco attraente – anche se, di volta in volta, le diverse compagini sulla scena hanno goduto o godono di momenti di gloria per le adesioni ricevute –, c’è da domandarsi se esso non sia anche, o forse soprattutto, causato da inadeguatezza delle  culture politiche ispiratrici, problema di cui si è detto sopra.

Orbene, nella scia delle considerazioni svolte, ci è parso opportuno proporre questo dossier per il primo fascicolo di «Dialoghi» 2023, un anno che darà la vera misura anche del nuovo Governo, alle prese con problemi interni e internazionali (in primis, la guerra ucraina) di  enorme portata. Frutto di approfondito confronto redazionale, il dossier individua il filo conduttore nella questione relativa alla cultura politica o, forse più esattamente, al rapporto fra la dimensione culturale, che qui intende anche chiamare in causa una visione di società  coerente con i princìpi/valori costituzionali, e l’attività specificamente politica.

Il contributo di Piergiorgio Grassi – Democrazia, Europa, cattolici: note d’inizio legislatura – tratteggia uno scenario che, a partire dalla campagna elettorale dello scorso settembre e proseguendo con slarghi su orizzonti nazionali e internazionali, funge da cornice propizia per  conferire concretezza alla situazione entro la quale va a collocarsi lo sviluppo tematico del dossier. La “questione partiti”, sempre più centrati, in senso verticistico, sulla figura del leader, unitamente ad altri capitoli di carattere sociale (ad esempio, la crescita delle  diseguaglianze) e politico-istituzionale (progetti di riforma: presidenzialismo, autonomia differenziata), hanno giustamente rilievo. Così come – e opportunamente – trova preoccupato spazio il problema della democrazia, con le mutazioni in senso autocratico, alle quali, in varie  parti, è sottoposta. Naturalmente, la riflessione sulla realtà italiana non poteva non rinviare all’Unione europea e alle sue problematiche interne, che spaziano dai profili di idealità culturale-politica alla natura dei legami con i paesi membri, agli aspetti di sostegno finanziario per il  PNRR. L’articolo chiude con richiami alla permanente questione della presenza (attiva) dei cattolici in politica, autorevolmente ribadita dai vertici ecclesiastici. Essa non potrà trovare conveniente soluzione prescindendo da un più ampio discorso di natura pastorale, che investe  in particolar modo i fedeli laici e riguarda la loro formazione di coscienze libere, capaci di discernimento storico-culturale e consapevoli della propria responsabilità per l’edificazione della città terrena.

Nel suo intervento – Politica e cultura: uscire dalla reciproca estraneità – Roberto Gatti recupera la lezione di Norberto Bobbio circa il nesso intrinseco fra le due categorie; nesso che, per il politologo torinese, adduce all’idea di militanza della cultura, concepita come sforzo  costante di mantenere operante la funzione critica della ragione, fuori da settarismi di schieramento. Operazione tanto più importante oggi – argomenta Gatti – poiché l’«intellettuale militante» di Bobbio e l’«intellettuale interprete», ossia chiarificatore dei linguaggi artistici,  morali, politici, ecc., adatto per una società “liquida”, di cui parla Zigmunt Bauman, sono a volte sostituiti da fac-simili della figura dell’«intellettuale organico» di gramsciana memoria oppure dall’«intellettuale astratto», distante dalla vita reale della società, o ancora  dall’«intellettuale opportunista», tipico della tradizione italiana. Ebbene, una prassi politica non mediata dalla continua fatica del pensare, coltivando una “visione” d’insieme, con relativo riferimento a fini e princìpi/valori dichiarati, si riduce a mera tecnica. Va da sé che la cultura, criticamente vissuta e interpretata, anche in campo politico crea spazi di dialogo bonificati dal dogmatismo. Ciò vale (o dovrebbe valere) per ogni operatore del settore e, si potrebbe dire, a maggior ragione per chi si rifà a un orizzonte antropologico e sociale d’ispirazione  cristiana. Per costui, lo sforzo della mediazione dialogica, lungi dall’essere una sorta di diluente della propria identità, ne è invece attitudine costitutiva, avversa, fra l’altro, ai sempre possibili pericoli di arroccamenti integristici ed escludenti.

Fra politically correct e “nuovi diritti non negoziabili” è invece il contributo di Francesco Viola, che prende in esame un sentire diffuso nell’odierna cultura politica. Parte dalla rilevazione della radice “personalista” dell’etica del “politicamente corretto”, evidenziandone la caratteristica fondamentale nell’istanza di riconoscimento e rispetto dell’unicità individuale, avvertita come valore in sé, intrascendibile. Ma, in un contesto di soggettivismo spinto, come il nostro, il rischio di finire entro una visione culturale ideologica, tesa a radicalizzare il diritto  esclusivo dell’individuo (magari certificandolo con intervento legislativo), era inevitabile. Ciò che si è puntualmente realizzato. La parabola involutiva del “politicamente corretto” – afferma l’autore – mostra come da intenti commendevoli di rispetto per l’identità e la dignità della  singola persona si sia pervenuti a una vera e propria ideologia relativistica, sovente intollerante nei confronti dei dissenzienti. Questa sensibilità ha investito la stessa politica, generando una sorta di “conformismo ideologico” trasversale rispetto ai vari schieramenti (basti  pensare alle vicende legislative su temi complessi e divisivi come: legami di coppia, procreazione, fine vita).

Dal canto suo, l’articolo di Antonio Campati – Politica, partiti e disintermediazione – ritaglia un profilo particolare della tendenza in corso a più livelli della vita sociale e favorevole, grazie anche alle possibilità offerte dalle tecnologie digitali, a una “verticalizzazione” e  velocizzazione” delle dinamiche decisionali, bypassando livelli intermedi di confronto democratico. Alle spalle di questo orientamento sta anche una prospettiva culturale di tipo ruvidamente pragmatico. Gli effetti di simile orientamento si riscontrano nell’intero quadro politico e, in  particolare, nei vari livelli di governo istituzionale. Qui sembra sempre più evidente la propensione a procedere spediti nelle scelte, senza adeguata interlocuzione con i «corpi intermedi» (associazioni di categoria, sindacati, aggregazioni popolari, ecc.), valorizzati dalla stessa  Costituzione.

Il rischio di questo trend è non solo d’intaccare prassi consolidate, ma anche di debilitare, con l’indiretto innesco di tensioni, il “funzionamento” stesso del sistema democratico. La democrazia – argomenta Campati – è realtà complessa, che rischia un esiziale indebolimento  qualora fosse privata, oltre una certa soglia, del fragile equilibrio della rappresentanza, sul quale si regge.

Come si sarà potuto notare, lo sviluppo discorsivo del dossier ha fatto emergere in vari passaggi un convergente consenso sullo stretto nesso fra cultura e politica, dove la prima, auspicabilmente conforme, nel caso nostro, ai valori della Costituzione, ha da svolgere una  funzione critica nei riguardi della seconda, sempre tentata da pericolose derive, finendo, ad esempio, nell’ideologismo, nel pragmatismo, nel tecnicismo e nel populismo. Potremmo dire, in altro modo: la politica necessita di essere continuamente pensata, in coerenza con il  “disegno” costituzionale, fuori da astrattezze, rigidità, formalismi e aderendo invece ai bisogni sempre mutevoli di un paese in profonda trasformazione.

Sull’esigenza di una politica pensata ha molto insistito Giuseppe Lazzati, al quale è dedicato il contributo di Luciano Caimi. La sua ricorrente formula sintetica, «pensare politicamente», costituisce un invito e un monito rivolti innanzitutto ai cristiani, in larga misura deficitari su  questo fronte. E ciò, agli occhi del rettore della Cattolica, suonava preoccupante perché, per loro, il rischio era (e possiamo aggiungere è) quello di dimenticare la propria responsabilità in ordine alla costruzione di una «città dell’uomo, a misura d’uomo». L’articolo ripercorre le  tappe attraverso le quali Lazzati perviene, sul finire della vita, alla conclusiva messa a punto del suo pensiero politico. Una riflessione non da politologo, ma da intellettuale credente, per altro coinvolto, a un certo punto, nell’esperienza politica diretta e impegnato per l’intera  esistenza a favore della maturità del laicato, che implica dedizione alle “realtà terrene”, fra le quali la polis, la “città” di tutti, da edificare insieme agli altri uomini e donne. Ne emerge un profilo di politica democratica e inclusiva, orientata da una visione culturale di matrice  personalistica e comunitaria, avente di mira gli interessi dei cittadini nel quadro generale del “bene comune”; una politica che, da una corretta concezione della laicità, in un contesto di società pluralistica, fa del dialogo il metodo fondamentale di azione.

Dopo gli articoli, il Forum del dossier vede un dialogo a tre voci fra l’ex parlamentare Pierluigi Castagnetti, la professoressa Maria Prodi e la vicepresidente del Consiglio comunale di Milano, Roberta Osculati. A loro è stato chiesto di riflettere, rispettivamente: sulla presenza o  meno di un’ispirazione culturale di matrice costituzionale nel dibattito politico nazionale; sul posto della cultura nel concreto svolgersi dell’esperienza politica; su che cosa significhi essere amministratori, assumendo un riferimento culturale di matrice cristiana. Tutti e tre, poi, si  sono interrogati su che cosa voglia dire attivare un rapporto virtuoso tra cultura e politica nell’ottica di selezione del personale politico, che non si riduca a mera cooptazione di qualche “intellettuale” o “esperto” da “esporre in vetrina”.

In definitiva, dall’insieme dei contributi proposti ci sembra che il dossier riesca a offrire spunti utili non solo per l’esame critico della nostra situazione politica in ordine al profilo di lettura privilegiato – il rapporto con la cultura –, ma anche per immaginare prospettive di sviluppo,  almeno in ordine al versante scandagliato. Riflessione e prassi politica hanno bisogno di sempre rinnovate elaborazioni che, custodendo e valorizzando il buono già presente, aprano a cammini inediti, in ascolto delle sfide socio-culturali di volta in volta emergenti. Dunque, la  cultura come fattore d’interpretazione e orientamento critici. Non ancella di ideologie pre-confezionate o degli interessi del “vincente” di turno. Sta lì uno dei presupposti per la crescita democratica della nostra società, coerente con i princìpi/valori costituzionali.