Ottant’anni dopo il voto: donne, Chiesa e democrazia secondo Cettina Militello

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A ottant’anni dal primo voto alle donne e dalla nascita della Repubblica, Cettina Militello, decana delle teologhe italiane, intreccia memoria personale e riflessione teologica per interrogare il presente: il persistente maschilismo culturale, le responsabilità educative, la necessità di rinnovare linguaggi e prassi ecclesiali. Tra democrazia e sinodalità, una parola esigente sul futuro della comunità ecclesiale e civile.

Intervista di Vittoria Prisciandaro a Cettina Militello

 

Cettina Militello, 80 anni, è la decana delle teologhe italiane. La prima donna a insegnare con stabilità in una università ecclesiastica italiana. Per questo vogliamo riflettere con lei sul ruolo femminile nella società e nella Chiesa, partendo dall’anniversario del Referendum istituzionale del 2 giugno 1946. Una data doppiamente storica, poiché portò per la prima volta le donne alle urne e sancì la nascita della Repubblica, che ha dunque la stessa età della nostra intervistata.

Militello, da sempre in prima linea per il superamento delle discriminazioni di genere, ha tra l’altro, contribuito a fondare l’Istituto Costanza Scelfo, per i problemi dei laici e delle donne nella Chiesa, e ha lungamente diretto la cattedra Donna e Cristianesimo, della Pontificia facoltà teologica Marianum. Da quando ha lasciato l’insegnamento si dedica a libri, conferenze e, nella sua Sicilia, alla Fondazione Accademia Via Pulchritudinis. Da poco è qui subentrata nel ruolo di presidente a mons. Crispino Valenziano, che ha voluto la Fondazione nel doppio registro dell’attenzione ai problemi di genere e ai beni culturali-cultuali delle tre grandi religioni mediterranee, ebraismo, cristianesimo e islam.

Le donne hanno votato per la prima volta in Italia 80 anni fa per il referendum su monarchia o repubblica e per l’Assemblea costituente. La partecipazione alle urne cambiò la percezione del ruolo femminile nel nostro Paese?
Non so se la cambiò. Certo fu qualcosa di unico e singolare, una svolta. Il film C’è ancora domani di Paola Cortellesi ripropone felicemente quel cambio di passo e le foto del tempo ci presentano un numero straripante di donne in fila ai seggi. Da mia madre non ricordo di avere registrato l’orgoglio per questo insperato protagonismo. Per quello che me ne è stato raccontato era piuttosto lacerante la scelta tra monarchia e repubblica. La famiglia di mia madre optava per la monarchia, ma mia madre seguì mio padre, ligio alle indicazioni dell’Azione Cattolica di cui faceva parte sin dalla sua giovinezza. Mi raccontava sempre l’arrivo degli squadristi nella sezione dei giovani di Ac nel suo sperduto paese e di come l’avessero forzatamente chiusa. Ovviamente non spensero l’impegno di quanti guidati da assistenti illuminati seguitarono a dire no al fascismo. Mio padre si vantava di non avere, sia pure a suo rischio, mai indossato la camicia nera.


Una donna vota al referendum del 2 giugno 1946, primo voto nazionale aperto alle italiane (foto dal web)

Lei ha origini palermitane. Cosa le raccontavano sua mamma o le sue nonne delle donne nella Sicilia “pre-referendum”?
Diversamente da mio padre, mia madre era inquadrata nelle iniziative della gioventù fascista. E questo dava a lei, e alle ragazze come lei, un certo protagonismo. Mia nonna materna già anziana rivendicava d’avere dato la fede nuziale e un figlio alla patria. Confesso che mi veniva la pelle d’oca a sentirglielo dire. Non mia madre, ma mia nonna materna era fiera d’essere stata una macchina produttrice di figli. Non era identico l’atteggiamento di mia nonna paterna, che però era poco sensibile alla politica e comunque ligia alle direttive del vescovo di quel tempo, profondamente antifascista. Diciamo che al mio paese natale prevaleva la retorica fascista; al paese di mio padre le donne erano segnate dal protagonismo impresso in tutte le più piccole parrocchie dalla presenza della Gioventù Femminile di Ac.

Sono passati 80 anni, ma se pensiamo alla mentalità ancora corrente, a certo maschilismo violento, sembra che non siano stati fatti passi avanti, anzi. Le cifre dei femminicidi in Italia sono impressionanti. Cosa non ha funzionato?
La cultura ha memoria di elefante. I maschi fanno fatica a recepire la profonda mutazione subita dalle donne e si ribellano in modo viscerale, regredendo all’età della pietra. Del resto in tante culture il matrimonio mette in scena la violenza del rapimento. Anche se ci siamo civilizzati scattano sempre molle assurde di possesso e di disprezzo nei confronti della donna ritenuta una cosa propria più che una persona.

Sinceramente non ho mai capito come ci si possa unire a qualcuno che si disprezza (sempre che il tutto non si riduca allo stupro). Antropologicamente, lo sappiamo, il maschio cerca di esorcizzare la potenza femminile insita nel grembo fecondo. Da quando ha compreso il proprio ruolo nella procreazione lo ha esaltato ed esasperato sino a fare della donna una pura incubatrice. Mi scandalizza eppure l’ho sentito con le mie orecchie da persone colte: «la donna serve solo a quello».

Eppure si è passati attraverso il cambiamento delle mode, la Rivoluzione del ’68, il movimento femminista, l’accesso della donna alle professioni prima considerate solo “maschili” ecc. Allora, cosa è mancato per una vera uguaglianza uomo-donna?
Non so in che cosa ha sbagliato la mia generazione, ma di sicuro ha sbagliato. Ho detto più volte che ha interrotto la cinghia di trasmissione della fede come della cultura. In nome del presunto rispetto delle nuove generazioni non ha dato loro le chiavi per comprendere e orientare il mutamento. Di più, troppo spesso le donne, pensando con ciò di rendersi libere, si sono appiattite al negativo sul modello maschile. Non è un caso, ad esempio, che a giungere al governo di diversi paesi sono state donne di destra che hanno introiettato il modello maschilista sino a farne la loro personale bandiera.

Bisogna dire – ma la società siamo noi, la Chiesa siamo noi e così via – che le agenzie educative poco hanno fatto per interagire e orientare il cambiamento. Nei primi anni ’70 ho insegnato per un breve periodo religione. Era il momento della contestazione violenta e, per avere ascolto, entrando in classe chiedevo di aggettivare una parola chiave su cui poi aprire la discussione. Ricordo una classe che si considerava all’avanguardia e che a caldo aggettivò il sostantivo donna con termini che suscitarono immediatamente una comune riprovazione. Ma il trucco era quello di scrivere senza pensare, di dire quello che emotivamente il vocabolo evocava. C’era da piangere tanto trasudava di maschilismo becero l’inconscio di ragazzi che si dicevano politicamente impegnati.

Nella vulgata comune la Chiesa sarebbe un elemento di freno all’emancipazione femminile. Eppure, dall’Unità d’Italia in poi le donne cattoliche si sono rese protagoniste, anche in ambito extrafamiliare, assumendo ruoli guida. Basti pensare a Tina Anselmi, ad Armida Barelli e a tante altre attiviste e missionarie sparse in ogni angolo del nostro Paese. Perché c’è stata e c’è ancora questa valutazione in negativo del mondo ecclesiale?
Dobbiamo ad Armida Barelli la possibilità data alle donne italiane, dovunque si trovassero, dalle grandi città ai borghi più sparuti, d’essere uscite di casa e d’essersi impegnate nella costruzione della comunità ecclesiale e poi della comunità politica. Però alla Chiesa interessava più l’aspetto spirituale. Il pregiudizio ecclesiastico concedeva loro d’adoperarsi nel campo della formazione e in quello della carità. Non sto a ricordare la condanna delle femministe cattoliche della prima ora, tacciate tutte di modernismo. In fondo alla Chiesa faceva comodo l’angelo del focolare, sottomessa al marito e al confessore. Poi il genio di alcune – vedi Tina Anselmi – ha trasformato la coscienza ecclesiale in impegno civile.

La Chiesa è una istituzione sessista e patriarcale – parlo della Chiesa istituzione –. Inutile illudersi. Tengono stretto il loro potere sino a elaborare una cristologia nella quale la morfologia sessuale diventa dirimente e condizionante. Confesso che me ne vergogno. Ma la Chiesa mistero è ben altro e in essa siamo uno in Cristo senza discriminazioni di genere.

Una certa lentezza della gerarchia della Chiesa a dare risposte sul ruolo della donna non aiuta. Pensiamo alla mancata risposta sul diaconato permanente. Quale su questo il suo pensiero?
Appunto. Sono rimasta di sasso quando nell’ultima traduzione Cei è scomparsa la dicitura «diacona», riferita a Febe (Rm 16,1-2). Intendiamoci non è che la locuzione che scioglie il greco he diaconos sia errata perché quello è il compito diaconale: essere a servizio di una Chiesa. Ma politicamente è scelta subdola, che contraddice una traduzione costante, l’avere dismesso un termine già presente nello stesso Nuovo Testamento. Le diacone ci sono state. E ammesso pure che facessero altro e che oggi le laiche impegnate svolgano ruoli più ampi del loro, negare il rito di ordinazione, pure trasmessoci nei codici liturgici, e definire quella sulle diacone una semplice benedizione, è scelta sessista e sessuofoba che addirittura rinnega la stessa Tradizione. Mi si obietterà che le donne oggi rivestono compiti importanti nelle diocesi e presso la Santa Sede, ma escluse come sono dalla potestas sacra, qualunque loro azione o decisione deve cedere dinanzi alle scelte di un ministro ordinato.

Cosa impedisce il sacerdozio ordinato femminile nella Chiesa cattolica?
Credo di averlo già detto. Il problema è culturale. La Chiesa cattolica è rimasta l’unica istituzione sfacciatamente sessista. Persino nel mondo ortodosso si sono aperte delle maglie. Negare la storia, negare le testimonianze letterarie, epigrafiche, iconografiche, liturgiche è possibile solo a partire dal pregiudizio circa la differenza ontica tra maschio e femmina. La donna è per natura subordinata, maschio mancato. È il due che rompe l’armonia dell’uno. Potrei continuare all’infinito sciorinando la topica dell’antifemminismo, ancora tutta fatta propria dall’istituzione ecclesiale.

Lei è la decana delle teologhe in Italia. È stato difficile trovare spazio e affermarsi in un settore fino a ieri ritenuto per soli uomini?
La mia è una vicenda anomala legata alla lungimiranza di due persone straordinarie: Crispino Valenziano, che orientò la mia inquietudine sessantottina allo studio accademico della teologia; il cardinale Salvatore Pappalardo, che giunse a Palermo con lo scopo esplicito di attuarvi il Vaticano II, incluso lo sviluppo degli studi e la promozione dei laici e delle laiche. Venivo da una laurea in Filosofia e pensavo di ritornare all’università. Avevo avuto una borsa di studio dell’allora UDCU, che oggi credo corrisponda al MEIC, e mio garante era il prof. Santino Caramella, docente di Filosofia teoretica all’Università di Palermo. Purtroppo la sua morte rese impraticabile un mio ritorno all’università. Valenziano aveva dato vita all’Istituto San Giovanni Evangelista per la Sicilia Occidentale e questo aveva inglobato la locale Scuola di teologia per laici. Mi chiamarono a insegnare lì nell’anno accademico 1974-75. Due anni dopo, se non sbaglio, insegnavo già Ecclesiologia in seminario. Poi, eretta la Facoltà Teologica di Sicilia, mi ritrovai tra i dodici docenti stabili. Mi fu assegnata la cattedra di Teologia del laicato e l’incarico di Ecclesiologia. Questo su consiglio di mons. Francesco Marchisano, allora vicesegretario della Congregazione dell’educazione cattolica. È chiaro che mi diedero la loro fiducia. E penso di non averli delusi. La vicenda di altre colleghe è stata meno piana. Dico comunque con orgoglio che nella mia facoltà di partenza le donne ci sono – e come! – e insegnano tutte le discipline, dalla Teologia alla Liturgia, alla Filosofia e altro ancora.

Cettina Militello (archivio personale)
Cettina Militello (archivio personale)

Ha un episodio o un aneddoto da raccontarci riferito alla sua professione?
Più che relativo alla professione, l’aneddoto è relativo al mio esordio di teologa tra i teologi. Ero con l’Ati, l’Associazione teologica italiana, a San Giovanni in Fiore. Non ero la sola. Erano anche presenti Adriana Zarri e Adriana Valerio. Un collega già allora blasonatissimo – una delle menti più ardite del panorama italiano – mi chiese: signora o signorina? Da Elisa Salerno in poi il femminismo cristiano ha ricusato d’essere ricondotto o meno a un maschio. Feci una faccia brutta e per tutta risposta aggiunse: «Non le ho chiesto se è vergine». Ancora più fuori di me risposi: «Sono del segno del leone». Vissi quell’esperienza come una violenza inaudita. La stessa che provai quando a margine di un manuale di cristologia trovai in nota spiegato in che cosa consistesse la verginità di Maria. In vita mia mai mi ero sognata di violare l’intimità della madre del Signore!

Oggi le teologhe sono ormai tante. Come vengono accolte negli atenei, soprattutto in quelli pontifici da cui passa la formazione presbiterale? È ancora un problema, ad esempio, che il formatore di un futuro prete sia una donna?
Le cose sono ovviamente molto cambiate. Ma al di là di reti amicali o di interlocutori umanamente sani e non disturbati è difficile che una donna venga presa sul serio. Difficile che ne vengano letti e citati articoli e saggi. Certo la nascita del Cti, il Coordinamento teologhe italiane, dovuto alla caparbietà di Marinella Perroni ha dato spazio e visibilità. Ma il vero salto di qualità si avrà quando sarà presa sul serio la loro produzione che, in Italia come altrove, è un soffio d’aria fresca nell’aria stantia della produzione teologica.

Si è spesso messo a paragone, o a contrasto, il ruolo petrino e quello mariano. Maria, madre di Gesù, è la “tutta santa”, ma rimane a latere rispetto agli apostoli. Può essere che stia in questa visione la radice del problema?
No, questa è una trovata per dogmatizzare il pregiudizio. Intanto biblicamente non c’è traccia di un principio petrino e di un principio mariano. Inutile dire poi che l’eccellenza della “tutta santa” la esclude da ogni protagonismo e la riconduce al silenzio. Ed è questo che si vuole dalle donne. Come diceva a inizio del secolo XX san Pio X: «Che piaccia, taccia e stia a casa».

In Sinodalità e riforma della Chiesa. Lezioni del passato e sfide del presente (San Paolo Edizioni 2023) lei scrive: «Sarebbe bello pensare alla Chiesa del futuro come veramente permeata dallo stile e dalla prassi sinodale». Cosa manca oggi? Il cammino sinodale che contributo ha dato, a livello universale e italiano? Proseguirà? E se sì, dove condurrà?
Credo che il Sinodo sulla sinodalità sia stato un’occasione perduta. La sinodalità la si esperisce quando «ciò che tutti tocca da tutti è deliberato» (rinvio al mio Sinodalità. Del popolo di Dio?, Il Pozzo di Giacobbe 2023). Non c’è sinodalità in una Chiesa che fa del papa o dei vescovi arbitri assoluti. Sino a quando quello dei laici e delle laiche sarà soltanto un parere consultivo se ne potrà fare a meno. E questo non fa crescere le comunità. Le deresponsabilizza, le rende opache. Confido nel soffio dello Spirito. Riuscirà, come e quando non so, a farci invertire la rotta. Di certo abbiamo preso una strada suicida. Mi riferisco all’istituzione. La Chiesa mistero troverà altre forme per abitare la storia e condurci verso il Regno.

San Paolo fuori le mura. Prima assemblea sinodale delle Chiese in Italia, novembre 2024 (archvio di redazione)
San Paolo fuori le mura, Prima assemblea sinodale delle Chiese in Italia, novembre 2024 (archivio di redazione)

Nello stesso volume lei rileva che nella Chiesa la discussione sulla partecipazione viene liquidata dicendo che l’ordinamento della Chiesa non è quello democratico. Ma aggiunge che la Chiesa ha mutuato sempre dalle culture i suoi schemi di governo. «Siamo dinanzi a un modello mutuato prima dall’impero, poi dalla feudalità, a cui si sono sopraggiunti i tratti della monarchia assoluta, con una sequenza di gesti e parole che si vogliono irreformabili». Perché?
Finisco di dirlo. Come vediamo, anche in politica il potere si auto conserva con ogni mezzo. Come Chiesa abbiamo dogmatizzato il modello gerarchico feudale. Ma in principio non era così e non si vede perché questa debba essere l’unica forma ecclesiae.

Tornando al tema iniziale, siamo passati recentemente attraverso un altro referendum, quello sulla separazione delle carriere dei magistrati e un altro è già all’orizzonte sul presidenzialismo. Lei pensa che quello referendario sia lo strumento giusto per garantire un sano cambiamento dell’Italia?

Non me la sento di mettere in discussione il modello referendario. La democrazia diretta resta un valore aggiunto. Bisogna però impegnarsi perché si ritorni a esercitare il diritto di voto. Alle ultime elezioni l’assenteismo l’ha fatto da padrone. Personalmente metterei dei paletti e invaliderei quelle elezioni (referendum incluso) a cui non partecipa almeno il 50% degli aventi diritto. Ma non sono una costituzionalista e dunque chiedo perdono. Solo non mi va di subire il diktat di una maggioranza che ha in verità un bacino di consenso veramente risicato.